mercoledì 15 novembre 2017

Quattro notti con Anna - Jerzy Skolimowski

una strana storia d'amore, quella di Leon.
lui è un po' ritardato, ha vissuto ai margini della società, lavora all'inceneritore dell'ospedale, e vive con la nonna vecchia, che poi muore.
vive di niente, le sue relazioni con gli altri esseri umani sono come quelle dei gatti, lui ama la natura e gli animali.
poi scopre, già molto grande, la bellezza di un'infermiera vicina di casa, la spia, riesce ad entrare a casa sua con l'inganno e trascorre quattro notti con lei, che non si accorge.
il suo amore è esserci, vicino a quella donna, che per lui è bellissima.
la protegge nel sonno, la guarda, cura la casa.
nessuno potrebbe capire un amore così strano, le porte della galera si aprono.
lei sa che lui non le ha fatto del male, ma non riesce a volerlo.
insomma, un film tristissimo, ma molto bello, e in più si può vedere online dal sito della Rai, in lingua originale, con i sottotitoli italiani, cosa volere di più?
buona visione - Ismaele




QUI il film completo, con sottotitoli in italiano



Skolimowski decide di far vivere la storia a chi osserva in prima persona, accompagnati dallo stesso protagonista, creando una sensazione di enorme vicinanza e di malsana compassione per l’oggetto principale delle sue attenzioni.
Ma nonostante tutto, a scapito del più completo pessimismo, una goccia di umanità rimane nel prossimo, la donna infatti comprende Leon e capisce la sua inconsapevolezza e solitudine nell’atto perpetrato ai propri danni: lo stupro subìto dalla stessa anni prima, del quale sempre Leon fu incolpato (ma in seguito prosciolto), la convince e le apre gli occhi sull’ingenuità del soggetto. Ecco che quello dell’infermiera diviene lo sguardo che il regista ci invita a posare sul nostro prossimo, perché la pena che suscita il protagonista deve essere superiore alla condanna per l’atto commesso; il perdono e la comprensione devono convivere ed esistere in un universo malato ed imperfetto, regnato dall’odio e dall’ingiustizia. Su questo ci invita a riflettere il regista, sul trionfo di un bagliore di luce in un manto oscuro incedente e dilagante…

Skolimowski si spinge nei meandri dell’incapacità di comunicare approfondendo situazioni ambientali nelle quali questa è portata all’estremo, come nel caso di Quattro notti con Anna: quello di un ritardato mentale innamorato della donna del cui stupro è stato accusato. L’estremità del caso di Leon è straziante e commovente nella sua incapacità di darsi una risposta e crea un’empatia profonda con il personaggio che va al di là della solidarietà per i suoi mali, ma va al profondo delle idiosincrasie di ognuno di noi quotidianamente di fronte a situazioni in cui l’incomunicabilità è il proverbiale convitato di pietra.
Con l’interpretazione magistrale di Artur Steranko e Kinga Prejs e le scelte di fotografia azzeccatissime nel ricreare quella cupezza che affatica gli occhi e del cui valore simbolico è quasi superfluo parlare, Quattro notti con Anna è un ritratto lirico dolce e tragico allo stesso tempo, la storia di un amore tossico, nel senso che produce tossine ineliminabili, avvelena la vita del protagonista che lo desidera senza poterlo realmente ambire.

…L’anello donato di nascosto diventa il simbolo di un legame invisibile che c’è finché non si percepisce, vivendo in uno stato di incosciente partecipazione, senza chiedere altra realtà da quella immaginata. Da fuori a dentro in un processo di graduale e faticoso avvicinamento si stringe il legame  tra lo sguardo a distanza e il contatto con la pelle, per avvicinarsi quel tanto che basta a percepire che nessuna corrispondenza sarà possibile, per aspettare quel niente necessario per uscire per sempre da una casa che non è mai appartenuta.
L’unico accesso veramente proibito è quello dello sguardo dell’altro. Leon non può entrare dalla porta d’ingresso e alla luce del sole, ma da una finestra marginale e nel buio delle notti per poi cedere alla tentazione di vedere tutto e annegare. Non gli importa niente di diverso dalla partecipazione al sonno di lei che dorme e non sa. Sapere è il discrimine che annuncia la fine prossima di uno sbilanciamento di esistenza. Anna esiste solo per lui che la guarda e di cui ignora tutto; lei non sa di esistere per lui eppure finché lo ignora lei esiste e lui pure. Esistere nell’ignoranza senza cedere alla tentazione di vedere tutto e percepire la vita attraverso un’idea di finestra dalla quale non si vede a fondo sono le uniche strategie di sopravvivenza perché «se vedessimo davvero qualcosa non resisteremmo alla tentazione di buttarci di sotto» (E. Ghezzi)…

Questo film è laconico e quasi completamente muto, direi quasi alla Kaurismäki se non fosse per l'assenza di quell'umorismo e di quelle situazioni surreali che ravvivano le opere del regista finlandese. La narrazione è temporalmente decostruita, al punto che soltanto verso il finale si comprende chiaramente il vero ordine cronologico delle vicende. Leon, il protagonista, assiste allo stupro di una ragazza, Anna, e viene accusato di essere il colpevole. Condannato, quando esce dal carcere inizia a sorvegliare di nascosto Anna, del quale si è invaghito. Dopo averle messo nel sonnifero nel vasetto dello zucchero, si introduce nottetempo in casa sua per starle vicino e guardarla mentre dorme, ma anche per ripararle piccoli oggetti (come in "Ferro 3") e per lasciarle dei regali. La quarta notte, però, verrà scoperto... Una pellicola notturna e disperata, lenta ma a tratti intrigante, anche se in fondo piuttosto inconcludente.

Ritratto tagliente di una Polonia ritrovata dopo il lungo esilio volontario. Film capace di mantenere viva l’attenzione nel silenzio e nel buio, di rinvenire carcasse di drammi facendo rifulgere, tuttavia, piccoli momenti di grazia.   

"Four nights with Anna" in realtà non sorprende molto e per qualche ragione strana non riesce a fare totalmente breccia se non a tratti, però resta intatto il senso di osservare un'umanità maltrattata e umiliata, i deboli e gli ultimi, con la cornice di una storia d'amore che più bizzarra non si può. E se la trama ad un primo sguardo appare malata e morbosa il regista riesce, grazie anche all'incantevole interpretazione del protagonista, a svuotarla di qualsiasi malizia rendendola sensibile, delicata e soprattutto nel finale struggente. Senza rinunciare a dei pugni nello stomaco ben assestati e fortissimi.

lunedì 13 novembre 2017

The Place - Paolo Genovese

tratto da una serie tv Usa, The Booth At The End, il film di Paolo Genovese era atteso dopo l'exploit, di critica e di pubblico, del film precedente.

molti attori sono presenti in entrambi i film, qui protagonista assoluto è Valerio Mastandrea, sempre seduto (e sempre più somigliante a Francesco De Gregori), è un po' Aladino, un po' psicologo, un po' (cattiva?) coscienza delle persone che lo cercano per raggiungere i loro sogni e desideri.

le persone e le loro storie sono spesso collegate, ma solo lui lo sa, e prova a muovere i fili invisibili che li collegano, riuscendoci, faticosamente, in parte.



The Place resta sotto Perfetti sconosciuti, è meno corale, con un finale meno esplosivo, più freddo, e allo stesso tempo è un film coraggioso, non ci sono facili battute, c'è poco da ridere, di sicuro è un film diverso dai soliti, merita di sicuro il biglietto del cinema - Ismaele








…Non tutto funziona, è giusto dirlo. Gli interpreti sono credibili, ma non tutti i loro personaggi e le loro storie. Qualcuno è abbastanza pleonastico, per non dire controproducente alla statura del film (vogliamo bene a Sabrina Ferilli, ma a lei viene riservato l'ingrato compito di chiudere i giochi con un epilogo tanto posticcio quanto insulso, che stride pesantemente con quanto di buono si era visto fino allora), mentre anche la sceneggiatura spesso si incarta su se stessa rendendo il film un po' ripetitivo e prolisso (diciamo che qualche minuto in meno avrebbe giovato), dove la retorica e il pietismo, seppur tenuti sotto controllo, sono sempre in agguato.
Malgrado tutto, ritengo comunque The Place un film coraggioso e riuscito, un film dalla struttura universale e in controtendenza rispetto all'omologato panorama italiano, dove evidentemente l'ottimo cast dà una grossa mano a nascondere le pecche di cui sopra. Paolo Genovese è un cineasta intelligente, consapevole dei propri mezzi e dei propri limiti. E le sue pellicole sono validi esempi di un buon "cinema medio" di cui, opinione personale, in Italia abbiamo tanto bisogno per riportare la gente ad affollare le sale.

The Place sperimenta una scrittura filmica che conserva il teatro come spettacolo vivo, facendo respirare la finzione e la performance, lasciando conversare l'immagine teatrale, che si offre senza limiti allo sguardo, e il quadro cinematografico, che costringe il punto di vista. Convertito il salotto in ristorante, i suoi attori vivono il set come vivrebbero la scena, sono le loro performance a organizzare lo spazio, costruendo il proprio personaggio davanti alla macchina da presa.

Il successo di Perfetti Sconosciuti ha caricato di aspettative l’arrivo di The Place. La coralità del primo film è richiamata nel secondo, ma questo rappresenta l’unico punto di contatto tra le due pellicole. Se nel primo caso si trattava di una commedia brillante e divertente, nel secondo lo spettatore si trova di fronte ad un genere quasi drammatico. Ovviamente non è qui che nasce la delusione. La svolta di Perfetti Sconosciuti è rappresentata dal colpo di scena finale, tentato anche in The Place pur senza bissarne la forza e l’incisività. Insomma, manca quel quid che inevitabilmente ci si aspettava. Stesso discorso per il ritmo: serrato sì, ma a tratti forzato e poco scorrevole.

The Place non è un film eccezionale, ma proprio per questo motivo sembra che Genovese sia a proprio agio, perché anche in un adattamento abbastanza pedissequo (sono uguali alla serie tv anche le singole storie e il personaggio della cameriera), si muove benissimo ed esalta a dovere un materiale che, è facile intuirlo, in altre mani poteva rendere molto meno. Proprio il suo stile estremamente tecnico e calligrafico lo aiuta, con un necessario moltiplicarsi di inquadrature differenti per mostrare sempre la stessa situazione senza uscire mai dai binari di una messa in scena invisibile e funzionale agli attori.
Alla fine nelle sue mani quella di The Booth At The End sembra una storia italiana, anche se non lo è. Sembra una storia di personaggi teatrali pirandelliani, una in cui ognuno mette in scena se stesso davanti ad un pubblico formato da una sola persona, in un film che insiste sottilmente su quelle debolezze umane che inducono le persone a chiedere un aiuto disperato.

Mastandrea dimostra per l’ennesima volta la sua bravura nel saper tenere la scena pur non muovendosi dalla sedia, non comprendiamo chi rappresenti veramente, se una figura demoniaca o un giustiziere che conduce il richiedente nella propria zona d’ombra.
The Place risulta un film ambizioso, ricco di dialoghi, primi piani, con narrazione che si svolge in un unico ambiente che a tratti rischia di stancare lo spettatore, sopratutto a causa di alcune interpretazioni deboli che fanno decadere il magnetismo scenico. Anzi, probabilmente l’errore più grande é stato quello di mettere in scena troppe storie, troppi personaggi, e sviluppandone davvero bene pochi, rischiando così che non si crei abbastanza empatia con le storie e i suoi portatori.
Un’occasione mancata probabilmente, ma non vogliamo buttarla direttamente nella pattumiera, anzi apprezziamo lo sforzo di realizzare qualcosa di diverso dalla solita commedia – porto sicuro per molti registri nostrani – e siamo certi che Paolo Genovese vuole dimostrarci che può mostrarci la sua bravura su altri generi anche drammatici…

domenica 12 novembre 2017

Klopka (The trap) - Srdan Golubovic

Srdan Golubovic ha fatto pochi film, questo è il secondo che vedo, dopo Krugovi (Circles), e anche Klopka è memorabile.
ottima sceneggiatura e bravissimi attori, tra cui Miki Manojlovic, in una piccola, ma fondamentale, parte.
siamo a Belgrado, dopo la guerra e la globalizzazione, tutto è in vendita, tutto si vende e si compra, anche le vite umane hanno un prezzo.
un bambino malato, un'operazione decisiva, due ottimi genitori, una proposta irricevibile, e poi succede tutto.
grande film, fosse arrivato da Hollywood sarebbe stato nei nostri cinema un mese, e sarebbe stato nella cinquina degli Oscar.
cercatelo, non ve ne pentirete, promesso - Ismaele







"The Trap" racconta una storia del nostro tempo, descrive la crudele realtà della società contemporanea in cui, per necessità, anche chi apparentemente conduce una vita tranquilla può da un momento all’altro sprofondare nel baratro. Non vuole essere un film che suggerisce cosa sia giusto e cosa sbagliato, ma semplicemente descrive con lucida drammaticità cosa può accadere ad un uomo quando è costretto per amore filiale a fare delle scelte che probabilmente non avrebbe mai pensato di poter fare…

Thriller serbo poco conosciuto, vale la pena di scoprirlo. Una buonissima regia che sa mettere angoscia e molto disagio. I personaggi del film vengono devastatati psicologicamente piano piano, vuoi per la preoccupazione per la malattia del figlio, vuoi per la varie difficoltà a cui viene sottoposto il padre. Non lascia scampo, nemmeno la fine. Anche le interpretazioni sono perfette. E' da vedere.

…El progresivo deterioro interior y exterior de la pareja protagonista, paralelo al declive físico de su vástago, permite a Srdan Golubovic abrir sus intenciones al dibujo de una radiografía que alcanza todos los estratos sociales de la ciudad, desde la miseria infantil a los grupúsculos enriquecidos con el tráfico de armas. Con verismo palpable y una dirección inteligentísima, que encadena con pretendida imperfección largos encuadres estáticos e imposibles rupturas de planos, la historia atrapa en su brutal sinceridad desangelada, en el cariño casi inmediato del público hacia unas figuras entrañables de puro identificables. Impredecible pese a sus presuposiciones, “The trap” sacude la conciencia a ritmo de thriller y cala desde la insondable profundidad del drama familiar. Obligada.

 A harsh, existential thriller, this, which is also a terrific portrait of life in the grey, hopeless suburbs of contemporary Belgrade. 
   Mladen and Marija are both professionals, he an architect, she a teacher, who nevertheless, working for the state, are relatively poor. So when their young son is suddenly diagnosed with a life-threatening condition that only a trip to a specialist hospital in Germany can put right, there is no way they can afford it, and their lives are ripped apart as they realise their powerlessness. No-one can help, so Marija puts an ad in the newspaper (apparently a common resort) asking for financial help. 
   A response from a mysterious caller presents Mladen with an offer he cannot accept yet can hardly refuse since the life of his son is at stake. It's stomach clenching, unbearable to watch, as this everyman is forced into an evil act which will hopefully save his son. Ironies pile upon ironies, as he descends into a spiral of guilt. What would you do to save your child's life? 
   Meanwhile in the streets, in the post-Milosevic  'society in transition', wealth and poverty co-exist in a corrupt dead-hearted society where criminals with expensive cars can do as they please and little boys live on the margins washing car windscreens. 
   All framed by a  'confession' by Mladen to an unknown listener, the stunning ending can be seen as the ultimate tragedy, or a kind of redemption. A member of the audience remarked on its utter sadness. It's a sad country,' responded the director.

'Yaşıyor' Yönetmen Sırrı Süreyya Önder Senaryo - Tufan Taştan

venerdì 10 novembre 2017

Al fuoco pompieri! (Horí, má panenko - The Fireman's Ball) - Miloš Forman

film che fa ridere, mischiando risate a tristezza.

una festa che è anche una fotografia di un mondo con un grande avvenire dietro le spalle, che non può più reggere.
tutti rubano, alcuni credono di avere potere, ma è potere della miseria, non resta più niente da rubare, solo guardare le ragazze, l'ultima forma di schifosa prevaricazione, di un gruppetto di vecchietti bavosi.
alla fine non c'è più niente, neanche un tetto, la Primavera di Praga è dietro l'angolo, poco più in là i carri armati.
il film sarà candidato all'Oscar nel 1969.
Miloš Forman lascerà Praga, e il film intanto sarà bandito dagli schermi della Cecoslovacchia, e non solo.
film che merita molto, un gioiellino, cercatelo, non ve ne pentirete - Ismaele


 

 

 

Il ballo organizzato dall'associazione dei pompieri di un paesino cecoslovacco si trasforma in un disastro: naufraga nel caos il tentativo di eleggere la miss della serata, i premi della lotteria vengono trafugati, scoppia un incendio in una casa vicina e l'ultraottuagenario capo in pensione (Jan Stöckl) rimane senza regalo di addio.
Tragicomico e malinconico come solo il cinema dell'Est Europa sa essere, Al fuoco pompieri! è uno dei film più importanti e maturi della prima parte di carriera di Miloš Forman. Dosando attentamente la comicità agrodolce, il regista costruisce un tenero ritratto di un gruppo di uomini di mezza età totalmente inetti, incapaci non solo di organizzare una festicciola di paese ma anche (e soprattutto) di dare un senso alla propria divisa e alla propria missione. Sfiorando il grottesco in alcune sequenze (la fuga delle aspiranti miss con il bailamme che ne segue, la “premiazione” dell'ex capo) il ballo dei pompieri diventa metafora di tutti i fallimenti e di tutte le circostanze assurde che costellano le nostre vite: un valzer crepuscolare e buffo al contempo che si conclude, amaramente, su una bellissima nota onirica nel finale. Buona performance corale del cast privo di grandi nomi ma ricco di volti espressivi. Prodotto da Carlo Ponti e nominato all'Oscar per miglior film straniero, provocò in patria aspre polemiche, soprattutto da parte della categoria dei pompieri che lesse la divertente satira come un attacco personale.

da qui

 

In Al fuoco, pompieri, conosciuto in Italia anche con la traduzione letterale del titolo ceco Fuoco ragazza mia!, Miloš Forman si focalizza sulle storture che falcidiavano il suo Paese e, pochissimi mesi prima della loro esplosione, mentre la febbre sociale stava per raggiungere il punto di ebollizione, le racchiude in una sera di festa destinata ad andare a rotoli da cui attaccarle apertamente. Con l’arma della satira più pungente, le prende e le ridicolizza, le vira all’assurdo, le disumanizza, dipingendole impietoso, senza filtri, senza altri veli che non siano quelli della finzione cinematografica. Ne ha per tutti Forman, nella sua personale lotta contro un intero sistema statale ormai incancrenito: ne ha per gli uomini in divisa, fra i quali nessuna personalità riesce a emergere sull’altra, come se fossero un grigio e informe ammasso di mediocrità; ne ha per l’intera cittadinanza convitata alla festa, fra selvaggi accoppiamenti sotto il tavolo, ulteriori furti al posto di restituzioni e candidate miss non così tanto avvenenti che comunque, al momento della sfilata, fuggono e si chiudono in bagno mentre a ricevere la corona, per esclusione, sarà un’anziana paesana. Fino alla messa alla berlina della falsa solidarietà di una comunità intera, che al vecchietto che ha perso tutto nell’incendio della sua casa, quello stesso vecchietto la cui sedia viene progressivamente avvicinata alle fiamme “perché non prenda freddo” ma di spalle “perché non veda la sua casa bruciare”, dona anziché denaro i biglietti di una lotteria della quale i premi non esistono più, già trafugati da mani ignote. E a nulla servirà il tentativo di recuperarli, a luci spente per (tentare di) lasciare nell’anonimato i colpevoli redenti, se non a infangarsi ancora una volta, a rivelarsi per quello che si è, in una società talmente marcia che persino l’ultimo sparuto barlume di onestà non può che ribaltarsi in vergogna, ignominia, fallimento. Miloš Forman, profeta di quello che sarebbe accaduto l’anno dopo e che lo costrinse, fra interventi militari e censori, ad abbandonare il suo Paese, già nel ’67 distruggeva la burocrazia con l’arma dell’ironia, colorava lo schermo della più ottusa stupidità della gente e dell’arroganza degli incompetenti che si aggiogano il diritto di decidere per gli altri, metteva in scena il caos per mostrare come non possa che generare altro e peggiore caos. Centrando un film straordinario, bruciante, sofferto, mai abbastanza celebrato: il sontuoso e urticante monumento funebre di un’intera civiltà.

da qui

 

Milos Forman's The Firemen's Ball was banned "permanently and forever" by the Communist regime in Czechoslovakia in 1968, as Soviet troops marched in to suppress a popular uprising. It was said to be a veiled attack on the Soviet system and its bureaucracy, a charge Forman prudently denied at the time but now happily agrees with. Telling a seductively mild and humorous story about a retirement fete for an elderly fireman, the movie pokes fun at citizens' committees, the culture of thievery, and solutions that surrender to problems…

Is "The Firemen's Ball" dated today? That's an interesting question. It no longer borrows energy from its risk-taking, as so many Soviet bloc films did in the 1960s and 1970s. In those days any new film from Poland, Hungary, Yugoslavia or Czechoslovakia, in particular, was likely to be a veiled attack, wreathed in the glamour of danger. But "The Firemen's Ball" hasn't dated as entertainment; Forman doesn't push his political points, being content to let them make themselves, unfolding gracefully from the human drama. The movie is just plain funny. And as a parable it is timeless, with relevance at many times in many lands. Remarkable, how often when I learn of a bureaucratic brainstorm I think of the fireman moving the farmer's chair closer to the flames.

da qui

 

 

 

dice Miloš Forman

  • „Non avevo in mente di fare un’allegoria politica – non mi piace  nei film però purtroppo nella storia del furto alla lotteria i primi protagonisti del regime comunista hanno riconosciuto loro stessi.“
  • „Insieme a Papousek abbiamo preso il tutto e ce ne siamo andati da Praga a Krkonose (montagna al nord della Boemia, nota red.) per scrivere una storia di un disertore che si nasconde nei sotterranei del palazzo Lucerna di Praga. Ci ha raggiunto Ivan Passer per aiutarci, ma neanche lui riusciva a tirarci fuori dal punto morto della sceneggiatura. Così abbiamo deciso di riposarci un po’ e siccome nel paese dove stavamo c’era un ballo, organizzato dai pompieri locali, abbiamo deciso di recarci là. Volevamo giusto bere qualche birra, guardare la gente, chiacchierare con le ragazze e rilassarci un po’. A Vrchlabi, dove stavamo, la maggior parte della gente lavorava  nella fabbrica locale e ogni tanto organizzavano dei balli per divertirsi un po’. Questo qui era  stato organizzato dai pompieri volontari, che per far divertire  i partecipanti avevano  preparato un concorso di bellezza per le proprie figlie. C’era anche una lotteria. Bevevano e litigavano con le loro mogli. Noi tre li guardavamo a bocca aperta. Durante tutto la giornata seguente non facevamo altro che parlare con Ivan Papousek della serata passata. Lunedì abbiamo iniziato a buttare giù le nostre idee: chissà cosa sarebbe successo se... E da martedì abbiamo iniziato a scrivere un’altra sceneggiatura. Quella storia  si scriveva da sola. Ogni volta che c’era un problema, siamo andati a Vrchlabi a farci due chiacchere con i pompieri, dato che avevamo scoperto che locale frequentavano per giocare a carte, bere  birra e giocare a biliardo. Ormai ci conoscevano ed erano aperti con noi – così abbiamo finito la prima versione della sceneggiatura del film Al fuoco, pompieri!iIn sei settimane.“
  • „Nel passato un film del genere sarebbe stato semplicemente vietato. Ma in quel periodo speciale della Primavera di Praga anche i capi dei comunisti stavano perdendo il senso di  sicurezza e quindi dissimulavano  le azioni impopolari dietro dei raggiri . Per esempio organizzavano le proiezioni di un  film che in realtá volevano vietare, il pubblico però se lo sceglievano loro. Pagavano  dei provocatori che dovevano ad esempio gridare che il film offendeva la classe lavoratrice -per poi poter ritirare il film dalla distribuzione sostenendo che „il popolo non lo gradisce.“
  • „La prima proiezione pubblica della pellicola Al fuoco, pompieri! venne  organizzata a Vrchlabi. I personaggi influenti  della politica e  della cultura scelsero  questo posto sperando che i cittadini si sentissero offesi e ridicolizzati dal modo in cui li ho presentati sullo schermo. Avevano presupposto che la loro reazione sarebbe stata talmente furiosa che mi fu addirittura vietato di partecipare alla proiezione per non essere magari ferito. In realtà il pubblico di Vrchlabi rise durante tutto il film. Poi arrivo´  il momento della discussione aperta. Uno dei provocatori, portati dal partito, si alzo´ e dichiaro´ in nome  di tutti i presenti, il suo disgusto per il  livello a  cui questo film arrivava ad umiliare la nostra classe lavoratrice e soprattutto i pompieri. Quando finí o, uno dei pompieri locali chiese  di parlare – per caso anche lui si chiamava Novotny come il Presidente della Repubblica di quel tempo. Il signor Novotny si alzo´ e disse: . “Beh, compagni, io non so... Davvero non so. Sapete, non è che io sia un oratore, un intellettuale, però davvero, io non so. Qui il compagno afferma che questo qui ci umilia, vabbè magari sì, ma cavolo, gente, non vi ricordate com’era quando ha preso fuoco la stalla degli Jira? E noi che trincavamo  come dei pazzi al bar? E poi quando siamo finalmente arrivati dagli Jira ci siamo resi conto di aver lasciato la pompa nella base? Ma, ve lo ricordate? E poi, quando la macchina ci è scivolata e siamo caduti di lato sul ghiaccio? Ancora oggi vedo la capra degli Jira in fiamme. Non è che siamo così tanto beoti in ‘sto film. “

 da qui

  

giovedì 9 novembre 2017

Vitirn (Showcase) - Tufan Taştan

Manhunt - Brando Bartoleschi



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come a Teheran

Lech Kowalski, la mia «colpa» è fare film - Cristina Piccino

Il prossimo 15 novembre, all’udienza preliminare fissata a Gueret, nella Creuse, nord est della Francia, Lech Kowalski si dichiarerà davanti al pubblico ministero «non colpevole» all’accusa di «ribellione» che gli è stata imputata. «L’unica cosa di cui sono colpevole è fare film» dice al telefono, una cosa del tutto normale per un cineasta che da almeno quarant’anni filma il mondo cercandone crepe e conflitti. E invece no, filmare nella democratica Francia macroniana è passibile di incriminazione.
Lo scorso 20 settembre Kowalski è a Gueret, insieme agli operai della GM&S, una fabbrica di componenti per automobili (realizzati per lo più per Peugeot e Renault) in liquidazione su cui sta realizzando un film coprodotto da Arte. Hanno occupato la fabbrica mesi prima per protestare contro la chiusura, lui dallo scorso aprile accompagna con la sua macchina da presa, giorno dopo giorno la loro battaglia. «Volevo essergli vicino il più possibile per mostrare dal loro punto di vista i motivi per cui lottano. Al di là del caso specifico quanto accade alla GM&S mette in luce con chiarezza gli effetti della globalizzazione e la fine della classe media» dice ancora Kowalski.
Così quella mattina è anche lui alla prefettura dove gli operai hanno ottenuto, seppure in videoconferenza, un appuntamento col ministero del lavoro. Nei giorni precedenti sono arrivate le prime lettere di licenziamento, la nuova proprietà tace ma non sembra intenzionata ad avviare trattative, il governo ostenta sufficienza. «Alcuni di questi operai lavorano lì da quarant’anni e l’unica risposta ottenuta da Macron è stata quella di cercare un altro posto. Che possibilità ci sono per loro sul mercato di oggi? Nessuna. A cinquant’anni si battono per mantenere la dignità della propria esistenza ottenuta dopo anni e anni di fatiche». A un certo punto la polizia intima a Kowalski e agli altri media presenti sul posto di uscire dall’edificio. Lui rifiuta e un’ora e mezza dopo viene arrestato. Interrogatorio, impronte digitali, foto segnaletica, dna. E la notte in cella, «2 metri e mezzo per uno» come scrive in un lungo comunicato diffuso qualche giorno fa. Adesso se le accuse verranno convalidate dovrà subire il processo rischiando una multa fino a 35000 euro e due anni di prigione.
Cosa è successo a Gueret?
Ero insieme agli operai alla prefettura. Erano molto delusi così hanno deciso di occupare l’edificio in un tentativo disperato di scuotere il sistema dall’indifferenza. Io ero nell’atrio insieme a altri media, c’era anche un operatore di France 2. A quel punto i gendarmi ci hanno chiesto di uscire e io gli ho domandato: «Perché devo andarmene?». Avevo filmato altre azioni, e non capivo per quale ragione stavolta non potevo farlo. Ho detto che non sarei uscito, a quel punto i poliziotti sono diventati più aggressivi, hanno cominciato a spingerci fuori, mi hanno messo le mani sulla macchina da presa e hanno rotto il microfono. Io ho continuato a filmare.
Che dicevano i poliziotti?
Mi accusavano di fare resistenza. Io gli ho detto che erano dei fascisti, conosco bene il senso di questa parola, i miei genitori che erano polacchi hanno combattuto il nazismo … La cosa strana è che non mi hanno arrestato durante lo sgombero ma un’ora e mezzo dopo, mentre eravamo lì davanti sono arrivati, mi hanno caricato sul cellulare togliendomi la telecamera. France 2 ha cercato di riprendere ma li hanno bloccati.
E dopo?
Mi hanno interrogato, sono rimasto in cella tutta la notte e il prossimo 15 novembre dovrò rispondere al pubblico ministero di un’ infrazione alla legge che non sussiste. La mia sola «colpa«, appunto, è di avere filmato. I poliziotti non tollerano lo sguardo dei media laddove non vogliono che rimangano tracce del loro operato.
Che tipo di fabbrica è la GM&S? E cosa ne sarà ora?
Sessanta persone su 280 hanno già perso il lavoro e non si conoscono le intenzioni della nuova proprietà. La GM&S era una fabbrica molto importante per l’economia della regione, la sua parabola ci fa capire la posizione del governo francese verso le multinazionali: queste ultime dettano legge anche se significa smantellare un po’ alla volta tutti i diritti dei lavoratori.
È una politica che ormai sembra riguardare tutta l’Europa e l’occidente.
Ecco perché dico che quanto è accaduto alla GM&S va al di là della situazione specifica; la battaglia di quegli operai racconta la globalizzazione nel mondo di oggi e la fine della classe media. Le multinazionali stanno distruggendo un tessuto sociale e i governi con le loro politiche le appoggiano. L’unico obiettivo è il profitto, la vita delle persone non importa a nessuno. La Renault va a produrre in India, fa automobili indiane che gli costano di meno e le rivende allo stesso prezzo. Ma poi qui tutta la gente che è rimasta disoccupata come può comprarle? La distruzione delle economie porta a una infelicità diffusa e la democrazia appare sempre più illusoria. C’è un aspetto molto interessante in tutta la storia della GM&S, verso la fine quando gli operai hanno capito che avrebbero perso la loro battaglia hanno acquistato una maggiore consapevolezza, sono diventati più militanti. Era come se la lotta fosse all’improvviso più importante dei risultati permettendogli di scoprire un diverso senso della realtà e dell’esistenza. Fare un film su persone che lottano e che cercano di dare un po’ di speranza è un modo per dire che opporsi a questo sistema è ancora possibile, che si possono inventare delle azioni per costruire qualcosa insieme, che ci possono essere degli obiettivi condivisi.
In qualche modo la tua esperienza ci dice anche che l’immagine è un’arma che spaventa in un’epoca in cui tutto sembra visibile, ogni evento è filmato e circola in rete mentre avviene.
Le autorità, i gendarmi erano infastiditi dalla mia presenza. Il punto è che noi su youtube vediamo tante cose ma io volevo riprendere quei dettagli che rimangono fuoricampo. Filmare gli homeless, la gente che cerca di sopravvivere per certi aspetti è più semplice. Coloro che detengono il potere hanno invece molta paura di essere ripresi. Con questo film ho rotto un muro e guardato dentro, dove viene determinato il processo economico, politico, sociale. Ne ho mostrato il volto – le autorità, i poliziotti, i nuovi proprietari, i loro avvocati – e l’agire. E l’ho fatto in modo diverso, a partire dalla relazione con gli operai, cercando di illuminare i motivi che stanno all’origine di tutto. Ma è questo che mi interessa, andare oltre la facciata, mostrare come la società e la sua rappresentazione possono essere manipolate.
É la scommessa del cinema nel confronto con la realtà.
Ti faccio un esempio: filmare la miseria in Africa è semplicistico se non si va a cercare il potere che la determina. Per farlo ci vuole un diverso livello di creatività. Ciò che più mi interessa è trovare un’estetica che tenga insieme quello che ho filmato e la dichiarazione di un punto di vista in modo straordinario, capace di raggiungere le persone non solo con le informazioni ma attraverso un approccio estetico, un coinvolgimento.



Il Pumminale - regia di Lech Kowalski, canta Vinicio Capossela


mercoledì 8 novembre 2017

söz uçar (verba volant) - Tufan Taştan



Film dedicato a Semih Özakça e Nuriye Gülmen, due insegnanti licenziati dopo il fallito colpo di Stato, accusati di appartenere al movimento Gülen, considerato mandante del tentato golpe. In sciopero della fame dal 9 novembre 2016, sono stati incarcerati. Nuriye Gülmen è ancora in detenzione.

lunedì 6 novembre 2017

La ragazza nella nebbia – Donato Carrisi

non solo la ragazza sparisce nella nebbia, ma anche chi guarda il film può smarrirsi, la nebbia fa brutti scherzi.
ottimo esordio di Donato Carrisi, scrittore in prestito al cinema.
atmosfere notturne come nel film di Tornatore "Una pura formalità", lì si fronteggiano Depardieu e Polanski, nel film di Carrisi ci sono Toni Servillo e Jean Reno.
c'è tanta nebbia prima di arrivare alla verità, se esiste ed è la stessa agli occhi di chi guarda.
Toni Servillo è un poliziotto che usa metodi d'indagine poco ortodossi, Jean Reno sembra un tonto che ascolta come una trota, il professore sembra il colpevole, qualcosa di terribile è successo anche decenni prima, il Male è sempre al lavoro, cambiano le vittime (per forza), cambiano gli addetti del Male (per forza, il tempo non lascia scampo, bisogna rinnovarsi).
ci sono tanti indizi che il deus ex machina Carrisi sparge qua e là.
e poi c'è la TV.
non perderlo al cinema, La ragazza nelle nebbia è davvero un gran film, anche se non capisci tutto bene e subito, come è successo a quasi tutti (me compreso) - Ismaele



La Ragazza nella nebbia è, per me, il meglio thriller visto quest'anno, roba che tanta olivud ci deve invidiare. Torbido, denso, pieno di personaggi ambigui e scorretti, eccezionale nel gestire pochissimi personaggi principali (4-5) e riuscire in qualche modo a renderli tutti vittime o sospettabili.
E, cazzo, un film girato alla grande, con amore, dedizione e nessuna voglia di strafare. Lo dimostra la prima inquadratura, ferma, fotografata benissimo. Carrisi, e lo capivo già da Vespa, è un metodico, uno preciso, meticoloso (ma del resto i grandi giallisti o sono così o non son giallisti) e riporta questo suo modo di fare nella sua prima avventura cinematografica.
Si affida a un cast in cui spiccano il grandioso Servillo (che per me è sempre Messi) e un Alessio Boni che oserei definire straordinario, pazzesco…

elemento determinante per la riuscita de "La ragazza nella nebbia" è un'articolata sceneggiatura, ben calibrata nei colpi di scena e twist finali, dove la descrizione d'atmosfera e la rappresentazione della psicologia dei personaggi è più interessante dell'intrigo stesso, supportata da un montaggio alternato molto controllato con continui flashback e détour rivelatori che riscrivono le vicende viste sullo schermo da punti di vista diversi. Così, Vogel dopo un incidente notturno, si ritrova nello studio dello psichiatra Flores (Jean Reno) a raccontare l'indagine già svolta durante le feste natalizie appena trascorse. E il passaggio dal confronto presente dei due personaggi con il passato prossimo dell'investigazione creano una dinamicità emotiva e compongono delle pause di riflessione ai vari segmenti appena visti che pongono continui dubbi allo spettatore.
Se i sospetti di Vogel si appuntano quasi subito sul professor Loris Martini (Alessio Boni, che costruisce il personaggio luciferino con uno sguardo mobile ed enigmatico) e il confronto tra i due è prima a distanza e poi ravvicinato, quello che conta in effetti nel film sono le dinamiche della creazione dell'evento di cronaca e dell'utilizzo dei media…
…L'altro tema fondante de "La ragazza della nebbia" è di carattere etico, dove il Male, alligna nell'anima di insospettabili persone comuni, rappresentanti di categorie come il poliziotto, la giornalista, il professore, lo psichiatra che dovrebbero avere come alto scopo la giustizia, la verità, l'educazione e la salute, ma che alla fine invece tendono solo alla soddisfazione egotistica. Oltretutto spinti non da pulsioni emotive o di vendetta o di un mal riposto amore, ma per il denaro, il successo o il soddisfacimento di perversioni. E questo marasma morale, il continuo travisamento di certezze che sono solo apparenti, sono immerse in uno scenario nebbioso, freddo, innevato in cui il villaggio di montagna, dove esiste una sola strada per entrare e uscire da una valle chiusa, rende bene la società moderna finita in un cul de sac dove tutto può essere messo in discussione e rende travisata e immobile la visione della realtà. Anche quella di ciò che scorre sullo schermo fino all'ultima inquadratura.

domenica 5 novembre 2017

Het vonnis (Il verdetto) - Jan Verheyen

dice Epicuro: “la giustizia è la vendetta dell'uomo sociale, come la vendetta è la giustizia dell'uomo selvaggio"
il protagonista, Luc, è lo straordinario Koen de Bouw (protagonista di tanti grandi film (come un Ricardo Darín belga), l’avvocato difensore del morto è Veerle Baetens, la protagonista di Alabama Monroe.
la storia è quella eterna della giustizia, se le istituzioni che la esercitano falliscono, si può fare da sé?
film davvero bello, e terribile, anche per chi non è magistrato - Ismaele



…Such creativity is also at work in a few unexpected flashbacks that occur during the trial, but a recurring image, which also opens the film, is a closeup on Luc’s trembling hand after he committed the act. We see the same shot at least three times throughout the film, which is frankly unnecessary as there is no real doubt that he committed it as a last resort, almost despite his own moral values.
But the film’s greatest flaw is one it just barely makes. The viewer wonders how everything will turn out in the end, because it seems there are only two possible outcomes, and we would see either of them right before the end credits. The film doesn’t do this but instead gives us a firm closing that is not at all unlike a television episode, whereas it would have been much more effective to leave the ending open and ambiguous and confront the viewer with the aggressive but factual title card immediately afterwards.
As a work by a filmmaker with evident passion for his subject, The Verdict is a powerful mixture of message and execution...

El drama judicial, pese a no estar instituido como un género cinematográfico al uso, posee una 
specificidad muy definida que lo convierte en uno de los subgéneros más resultadistas de la historia del séptimo arte. Su versatilidad, dentro de su encorsetada estructura, ha permitido que algunos de estos procesos formen parte de las listas de mejores películas de todos los tiempos. Hay obras maestras que son auténticas historias de intriga, thrillers de despacho, como la excelente Testigo de cargo (1957) o El dilema (1999). Otras han servido como análisis de personajes atrayentes y sugestivos –Anatomía de un asesinato (1959)– o como espejo de una sociedad y un tiempo determinados –La red social (2010)–. Las mejores, para mi gusto, son aquellas que denuncian las grietas del sistema y por ende permiten reflexiones impetuosas y también reposadas que ponen al espectador en la tesitura de tomar partido. Esas que a pesar de su inexcusable punto de partida y verborrea habitual exigen preguntarse ¿Qué haría yo? ¿Por qué el sistema funciona así? Todas las que hacen que en tu cabeza resuene el eco de la injusticia. Se me pasan por la cabeza la magnífica y claustrofóbica 12 hombres sin piedad (1957) o la trágica En el nombre del padre (1993). En esos lodos se faja Jan Verheyen en su último trabajo, El veredicto (2014). Película que ha tenido un éxito de taquilla abrumador en su país de origen (Bélgica) y que ha sido galardonada en el Festival de Montreal. Edificada sobre la venganza de un hombre inmaculado al que un facineroso priva de su esposa e hija…
…El juicio paralelo de los medios desemboca en un juez mediático capaz de introducirse en un jurado popular. Un obvio reflejo de la cantidad de cuestiones judiciales que están en boca de todos y sobre las que cada uno emite su juicio personal, sin saber en qué medida se ha visto influenciado por factores externos. Con los riesgos que eso conlleva. ¿Hasta qué punto se tienen que seguir las reglas de juego? ¿Es la ley susceptible de cierta arbitrariedad con el fin de conseguir resultados más humanos? ¿Debemos supeditarnos al imperativo de las normas incluso si estas son injustas? ¿Los reglamentos nos hacen un animal social o nos hacen más salvajes? ¿Qué hacer cuando el sistema pisa nuestros derechos? No sé, depende, sí, no. Son preguntas abiertas a la ambigüedad o a la resolución extrema fruto del dolor. Son interrogantes a los que Luc –el protagonista– da carpetazo sin paliar su sufrimiento. Sea como fuere El veredicto es un comentario de texto, de algo más de hora y media, sobre el aforismo atribuido al filósofo griego Epicuro: “la justicia es la venganza del hombre social, como la venganza es la justicia del hombre salvaje”. Juzguen ustedes mismos. 

…La película, que da para un amplio debate, muestra las limitaciones del Estado de Derecho. Las garantías para proteger a un inocente, pueden dejar en la calle a culpables sobre los que no existen demasiadas sombras de duda. Pegarse a la letra de la ley, y más cuando se habla de defectos de forma, puede degenerar en injusticia. La felicidad que nos ofrece la democrática sociedad occidental carece con frecuencia de resortes para afrontar las tragedias que ocurren en la vida. Nadie es criminal al nacer, las circunstancias pueden empujar y favorecer una carrera fuera de la ley, pero la libertad en las decisiones personales existe. El sistema no es un ente puramente abstracto, lo construimos los individuos, y debemos poner los medios para que funcione, enmendar sus errores. Todo este conjunto de ideas vertebra bien el film, de modo que Verheyen, a través de las tribulaciones del protagonista, obliga al espectador a no inhibirse en sus responsabilidades.

Jan Verheyen es un director bastante famoso en Bélgica pese a que aquí no los conozcamos de nada.
Sus películas gozan de gran afluencia de público gracias a que suelen versar sobre historias universales con las que cualquiera puede sentirse identificado. Alles moet weg es una road movie suya que se convirtió en una obra de culto con el paso de los años, Team spirit fue una comedia sobre un pequeño equipo de fútbol y un canto a la amistad que funcionó muy bien, tanto que derivó a una miniserie de televisión y años más tarde tuvo su secuela en cines. AliasVermistLos,Dossier K. y Zot Van A son otras de sus exitosas películas. Su última película, El veredicto, está en resonancia a aquellos dramas judiciales clásicos, con su estilo personal característico para el thriller con toques de drama. Logró más de 374.000 espectadores en su país y generó polémica al reavivar el debate sobre el sistema judicial belga…

…Es cierto que de un modo extremadamente hábil Verheyen, bajo apariencias de objetividad, ha conseguido ponernos al favor del acusado-victima, gracias a presentarnos como sutilmente antipáticos a sus contrincantes. Pero con ello no hace otra cosa que representar en la pantalla el rechazo social que están provocando hoy los poderes públicos, cuando no parecen estar a favor de la gente, sino de sí mismos y de un sistema caduco que hace agua por sus cuatro costados.
Es admirable el manejo de la elipsis fílmica. Extraordinaria, la violenta secuencia inicial, necesaria para suscitar no solo la captación narrativa, sino la indignación ante los ulteriores acontecimientos; sobria y llena de sinceridad, la interpretación del protagonista Koen De Bouw (Loft, La memoria del asesino) acompañado por el veterano Johan Leysen (El americano, Joven y bonita) y la original Veerle Baetens (Alabama Monroe, Loft). Pero sobre todo brillan el guion, la realización y el montaje, que mantienen el interés hurtándonos elípticamente secuencias esperadas, como los disparos del vengador o el veredicto del jurado, para mostrárnoslo como saltos atrás o sobreentendidos en otros momentos del film. Si arte o poesía es evocar o “decir sin decir”, la película lo consigue con creces.
Puede alegarse en contra que “el malo” queda en el análisis relegado a un segundo plano, solo esbozado parcialmente en los atenuantes de su vida pasada, expuestos por el procurador, y que en este aspecto el film es un tanto maniqueo. Pero hay que tener en cuenta que el verdadero acusado del film es el sistema mismo, que aun  a favor de este “asesino a su pesar”, deja muchas preguntas abiertas a la reflexión: ¿Deben los jueces aplicar férreamente la ley sin interpretaciones o epiqueyas? ¿Deberían los legisladores revisar con mayor frecuencia la legislación vigente para tapar los agujeros que se detectan en la práctica? ¿Es venganza o autodefensa la ejecución en este caso? ¿Es siempre  creíble conforme a justicia nuestro actual Estado de Derecho? ¿No debería tener sus propios mecanismos de retractación cuando se equivoca de forma palmaria?
Desde luego si Hollywood se lanzara a producir un remake a la americana de El veredicto, mucho nos tememos que no dudaría, además en adobarlo con más sentimentalismos, en ahorrarse muchos de estos matices, para caer en la figura del cowboy justiciero una vez más, que tanto ha fomentado en ese país la posesión y uso de las armas. Ahora bien, aunque el film evoca al final el vacío del protagonista, la pregunta clave queda por responder: ¿Le aporta paz a Luc asesinar al asesino o mayor soledad? En todo caso la película, muy verbal, es al mismo tiempo un regalo para los ojos y la mente.

…un drama judicial que ahonda principalmente en la desesperación de un hombre que lo ha tenido todo y que ahora, por culpa de un asesino al que la justicia trata tal vez de forma demasiado justa, se ve abocado a una lucha contra el sistema judicial, como única manera de encontrar algo que le de soporte vital, que le haga mantenerse a flote en estos momentos en los que podría liarse a tiros, cual Charles Bronson, para calmar su sed de justicia. No es esto lo que nos trae la película excelentemente dirigida y guionizada por Jan Verhayen, sino que la propuesta de esta Het Vonnis es mostrar la lucha de un hombre contra un sistema judicial en el que parece que ley y justicia no van siempre de la mano.
Dirigida con excelente pulso narrativo, en el que el ritmo escénico se erige como el baluarte principal de los valores a destacar, el largometraje en ningún momento decae y nos tiene capturados por la tensión que tan bien domina Verhayen. Una tensión que se refleja en el rostro del protagonista, un soberbio Koen de Bouew, que sabe mantener un rostro en el que vemos perfectamente reflejado cada decisión y cada golpe, pese a mantenerse prácticamente inexpresivo. “El Veredicto” es, en definitiva, una gran película que recoge lo mejor del cine judicial clásico, en la que la fuerza radica en los diálogos y en las interpretaciones, que están, muy por encima, de las breves y explosivas escenas de contenida violencia.