lunedì 27 marzo 2017

Elle - Paul Verhoeven

Michèle dirige un'impresa di videogiochi, è separata, ha un figlio che non stima troppo, i figli so' piezz'e core, ma poteva essere più sveglio, in realtà alla sua altezza non c'è nessuno, lei sa come fare, dire, pensare, è una che decide cosa fare, le scoccia quando qualcuno fa quello che non le piace, e non lo manda a dire, finzione e ipocrisia le danno fastidio, dopo un certo punto.
una terribile storia familiare, di quando era bambina, un mistero che si svela subito (e quindi mistero non è) è sullo sfondo.
e poi un altro mistero, che vediamo, una violenza sessuale che Michèle subisce e che vuole gestire e risolvere a modo suo.
il film è molto di più di quello che sembra, con una Isabelle Huppert superlativa (era anche candidata all'Oscar), buona visione - Ismaele








Elle non sarebbe lo stesso film senza la grande visione del suo regista, ma nemmeno senza l’interpretazione della Huppert, che in poche espressioni, parole e silenzi mette magistralmente in scena il cinismo, la freddezza e tutto ciò che sta loro dietro. Pochi personaggi femminili nel cinema contemporaneo riescono a essere scritti e interpretati in maniera così profonda come avviene in questo caso.

Curiosissima commedia di certo non adatta a tutti, Elle stabilisce i suoi toni sin dalla prima inquadratura, nonostante l’evento mostrato sia tutt’altro che leggero. L’intreccio prettamente giallo non interessa gran che agli autori, che preferiscono concentrarsi sui dialoghi e le relazioni (carnali…) tra i personaggi. Ed è una scelta che funziona benissimo, perché come commedia Elle sa essere estremamente divertente e non diventa mai sgradevole nonostante gli argomenti che affronta…

…Huppert ha nacido para este papel, no puede haber otra Michelle, una mirada, un gesto, no se necesita mas para entender que pasa por la cabeza de Michelle. Huppert a partir de ahora será recordada por este papel, si en la academia hubiera justicia- y valor- no habría nadie que pusiera en tela de juicio el Oscar a mejor actriz de la próxima edición. La mente retorcida de los hombres ya tiene nueva musa.
Elle es una película que cualquier amante del cine tiene que ver, una genialidad que solo artistas de la talla de Verhoeven pueden llegar a filmar. Elle es la provocación hecha arte, no dejará indiferente a nadie, una joya que todo el mundo seguro que disfrutará.

…Una storia nera e perversa piena di ambiguità e ombre, con un che di buñueliano, di piccoli sordidi segreti borghesi nascosti sotto il tappeto e di pulsioni così potenti da scardinare ogni freno morale e ogni controllo razionale. C’è la violenza, c’è il sangue, c’è il mostruoso, c’è quel senso tutto fiammingo del sordido che sono elementi squisitamente à la Verhoeven, mescolati e reimpastati in chiave di thriller-noir, ma soprattutto, e inaspettatamente, di black comedy. Con una protagonista ripetutamente stuprata da un uomo mascherato che penetra in casa sua e la aggredisce, eppure tutto il racconto è mantenuto sul tono della commedia cinica, e a pochi altri autori una simile acrobatica impresa oggi sarebbe possibile…

Verhoeven compie quasi un miracolo. Disintossicare la Huppert dalle scorie nichiliste del cinema di Haneke, per ricostruirne un’immagine altrettanto ambigua ma viva, quasi una pulsione stratificata in un corpo solo di tanti film possibili: la madre, la pazza, la manager, l’amica, l’omicida. Così un’attrice che negli ultimi tempi sembrava inchiodata a un’autorialità programmatica qui torna a essere sorprendentemente libera, diabolica tela bianca su cui Verhoeven riflette le inquietudini della ricca borghesia e la metamorfosi alienata dei corpi (femminili) di domani.
Elle è infatti un’omaggio alla grande attrice francese insolito ed epocale proprio in quanto lontano da ogni precedente grammatica in stile nouvelle vague. Qui il riferimento è la super-donna verhoeveniana – altro che misoginia! – in un prototipo che mette insieme Sharon Stone con il cinema europeo antiborghese. Crisalide dalle sembianze umane, scena dopo scena Michelle cambia, assorbe i tanti mondi del nostro presente. Tutto in lei si rimargina e si trasforma. Lei sopravvive e quando a un certo punto munita di bastone e tutore la vediamo camminare come un cyborg l’analogia è compiuta. Magari non è ancora il corpo digitale dei videogame che produce, ma deve addattarcisi, misurarsi con le interazioni di un reale, cinematografico e non, dove tutto è ormai (im)possibile da desiderare. La carne e il sangue allora non bastano più in quello che è uno dei film più politici e spietati degli ultimi anni.

…Claro que Verhoeven tiene a sus órdenes a una actriz como Isabelle Huppert que es capaz de cambiar de un registro a otro en una misma escena con la misma naturalidad con la que respira. Una mirada, un arquear de cejas, el tono de su voz, le sirven para destacar la parte del personaje que necesita ser destacada. Poderosa, divertida, oscura y muy sexual a sus más de 60 años, Isabelle Huppert aprovecha un papel que parece escrito a su medida. Paul Verhoeven asegura que no encontró una actriz americana dispuesta a rodar un papel tan oscuro y por eso trabajó su francés, estableció una base en Francia y contactó con Isabelle Huppert. No le podría haber salido mejor…

Lo curioso será como, a medida que la cinta avance, el espectador tendrá el lugar para jugar también un papel importante en la historia a punto tal que, es imposible que la misma persona que empezó mirando la película sea la misma que la que termine. El arco dramático de los personajes será también trasladado a la participación moral/intelectual del espectador, lo que representa la saludable ambición de una obra que no se anda con medios tintes. El mismo director dijo en diversos medios que un guion como este hubiese sido muy difícil de llevar a la práctica en Hollywood.
‘Elle’ es, entonces, una película poco convencional, sumamente controversial, perversa y retorcida, con algunos pasajes de comedia negra y otros de gran dramatismo, con una carga sexual transversal a todo el relato, que vale la pena ser vista no sólo por el excelso trabajo de Isabelle Huppert, sino también porque logra reflejar con nitidez el complejo entramado de fuerzas que pueden regir una vida.

…Elle es necesaria. Porque plantea preguntas interesantes. Algunas no tienen respuesta, muchas son incómodas, pero es evidente que no es en absoluto un film complaciente. Y sin embargo, es muy divertido. Porque Verhoven ama que el público vaya a ver sus películas y ama desafiarles hasta los límites de lo admisible. Lo que no está claro es que ame a sus personajes. O sí. Como no está claro si los gatos son capaces de amar a sus dueños.

…asistimos al filme más corrosivamente cáustico del autor hasta la fecha. Un género en sí mismo. Una defensa de la feminidad con esa particularísima evocación de la Venus de Milo (ella será Huppert tras la violación, en la bañera, y su concha la sangre que cubre sus genitales sobre el agua y la espuma jabonosa). A la vez, contemplaremos la ruptura de esa candidez, falsamente atribuida a un género que, con Huppert como estandarte, toma las riendas y controla todos los instintos intrínsecos a la naturaleza humana (sexo, placer, dolor, amor…) y los constructos sociales en los distintos ámbitos (lazos familiares y laborales, entre otros).
Elle atribuye al arte cinematográfico de más cuidadosa elaboración el matiz pagano más punzante para priorizar el acercamiento más desenfrenado y para su disfrute. Una orgía en la que se puede debatir todo lo que uno quiera, pero que despierta nuestros deseos más desenfrenados de abandonarnos y entregarnos al placer sin mesura que provoca el visionado de un largometraje (y una interpretación) de este nivel.
da qui


Alessandro Alessandroni suona e fischia

venerdì 24 marzo 2017

Perez – Edoardo De Angelis

di Edoardo De Angelis avevo visto Indivisibili, che mi era piaciuto molto.
Perez è un'altra cosa, ambientato a Napoli, non nei Quartieri Spagnoli, ma nel Centro Direzionale, per la gran parte, in una storia di dannazione e discesa agli inferi, con un ritorno improbabile.
giustizia e ingiustizia, amore e non amore quasi si confondono.
Luca Zingaretti è bravo, come sa fare lui.
non sarà un capolavoro, e non lo è, ma una visione se la merita di sicuro - Ismaele





Abbiamo quindi la visione di un film  multiforme, thriller filosofico che diventa commedia nera che diventa action and revenge che diventa romanzo di (de)formazione. Tutto in uno, come  fosse di Hong Kong e della Milkyway, prodotto, non girato, da Johnnie To. Imperfetto, specie in alcuni dialoghi troppo saturi di televisione, però riuscito, pieno di idee, di cura e di amore per gli spettatori, pregno di momenti. Quando Perez affronta la bestia per estrarle dalle viscere il grisbì, sotto gli occhi dello stalliere indiano costretto dalla paralisi alla fissità, plaudiamo addirittura al grottesco puro, ci sentiamo finalmente fuori dai nostri angusti confini.
Bravo De Angelis, punto, due punti, puntevvirgola, puntesclamativo.

La commistione indistinguibile tra crimine e legge attraversa tutti i personaggi di Perez, non solo con le scelte difficili e radicali di Demetrio, ma anche in quell’ansia di riscatto che Ignazio Merolla ricerca per tutto il film, quasi fosse un criminale che sogna il paradiso dal girone infernale di un carcere, perché la Napoli di Perez accomuna  tutti all’interno di uno spazio angusto dal quale è impossibile uscire,  in un abbraccio complesso e doloroso che non si risolve con quella rappresentazione binaria che contrappone il magistrato buono al contesto mafioso. Pur risentendo di un andamento forse ancora troppo ancorato alla funzionalità del racconto televisivo, la forza di Perez risiede nella libertà performativa lasciata ai suoi attori, non solo un notevolissimo Luca Zingaretti, capace di gestire la complessità morale del suo personaggio con un cambiamento radicale di registro, tra l’indolenza, la fierezza e la furia, ma anche il forte senso di tragica disperazione che arriva dal personaggio interpretato da Giampaolo Fabrizio, anima nera esplicita dello stesso Zingaretti, figura eccessiva, volgare, estrema ma legata all’amico avvocato da un affetto incondizionato proprio nella condivisione dello stesso male di vivere…

…Un’operazione interessante ma che rischia di scivolare in uno stile forzoso che sa di artefatto. Vedasi ad esempio la sceneggiatura firmata insieme a Filippo Gravino dallo stesso regista, il cui indubbio talento dietro la macchina da presa traballa quando, con la macchina da scrivere, finisce per imitare James Ellroy senza trovare una strada davvero personale al di là dei cliché di genere.
Perez sembra saltar dritto fuori dal manuale dell’antieroe tipo, beve whisky e vaga per la città deserta, è un lupo solitario e per conoscere i suoi tormenti interiori dobbiamo attendere i suoi monologhi fuori campo sul nulla dell’esistenza. Non aiuta il ritmo lounge, molto Vesuvio Confidential, degli insistenti assoli di tromba nella colonna sonora di Riccardo Ceres e la fotografia patinata di Ferran Paredes Rubio.
Un film godibile nel complesso ma d’ambiente, intrappolato nelle sue stesse atmosfere. Un esercizio di stile bello sì, ma di una bellezza plastica da prontuario del giovane autore.

La costruzione di questo noir richiede una cura attenta che De Angelis si concede senza fretta e stratificando la vicenda del debole avvocato, insonne e dal whisky facile, della figlia che si ribella innamorandosi dell'uomo sbagliato e dell’affascinante criminale in cerca di redenzione. Non si notano troppo alcune sfilacciature della sceneggiatura, superate dal ritmo sinuoso di un film che si avvale di buone interpretazioni - da segnalare il talento febbrile dell’esordiente Simona Tabasco - e di una conclusione in linea con una storia di marginalità, senza eroi né vincitori, ma al massimo con personaggi che si difendono e facendolo si scoprono incassatori di livello e forse anche attaccanti, di rimessa.

giovedì 23 marzo 2017

ricordo di Tomas Milian

Il disprezzo (Le Mépris) - Jean-Luc Godard

in qualche cinema è ri-apparso questo film di Godard.
la versione italiana di pare che sia vergognosamente tagliata, e ho aspettato di vederlo come è stato pensato e girato ab origine.
l'attesa è stata premiata, senza alcun dubbio.
il produttore del film sembra contenere dentro di sé Carlo Ponti.
ah, quanto è stato preveggente Godard!
il suo film contiene anche un po' della grande bellezza di Sorrentino, la morte di Cinecittà è tristissima.
gli interpreti sono perfetti, Michel Piccoli e Brigitte Bardot sono una coppia perfetta, che dura poco, poi le cose della vita, del cinema, le scelte, i tempi, il detto, il non detto, tra le altre cose, li fanno allontanare, si apre un abisso fra i due.
Fritz Lang, che interpreta se stesso, è il vecchio saggio; il produttore Jack Palance è il padrone delle vite degli altri, potente e squallido come gli altri padroni, convinti che tutto si può comprare.
il film è pieno di citazioni di mille tipi, tra cui la frase dei fratelli Lumière, sul cinema come invenzione senza futuro, invece il film di Godard dimostra che i fratelli francesi avevano torto marcio, per nostra fortuna.
vogliatevi bene, cercatelo e guardatelo tutti - Ismaele







Attivista politico e giornalista, Moravia ebbe accesi contrasti con il regime fascista, per cui fu costretto ad allontanarsi da Roma. Tra il 1967 e il 1968 visse come corrispondente in Cina, Giappone e Corea, e i suoi articoli vennero raccolti nel libro La rivoluzione culturale in Cina. Nei suoi romanzi ha esplorato i temi della sessualità moderna, dell’alienazione sociale e dell’esistenzialismo. Romanzi come La noia e, appunto, Il disprezzo contengono i temi centrali che caratterizzano la visione profondamente critica che aveva della società a lui contemporanea: l’aridità morale, l’ipocrisia della vita moderna e la sostanziale incapacità degli uomini di raggiungere la felicità. Godard nel suo film, riprende queste tematiche e in più trasforma la tragedia piccolo-borghese di Emilia e Paolo (i protagonisti del romanzo) in un’intensa riflessione metacinematografica tanto ironica quanto amara. Godard ci mostra il dissidio dell’uomo moderno e della sua tragica odissea, intrappolato nel conflitto tra arte e merce, tra la bellezza eterna del classico e il disincanto instabile della modernità.
Non a caso, difatti, c’è il forte legame con l’Odissea: in questa svendita della bellezza, che così va miseramente a perdersi, non resta altro che un disarmante senso di precarietà. Ulisse diventa l’emblema di questa instabilità, tragico eroe che non riesce a raggiungere la sua patria e, nel finale, si trova davanti solo il mare. Il diverbio tra il protagonista e sua moglie diventa lo spunto per l’idea di una reinterpretazione del poema: Ulisse, non amando più Penelope, volontariamente non ha voglia di tornare da lei e le intima di essere gentile con i suoi corteggiatori. Così il mito diventa raffigurazione della vicenda dei protagonisti, riducendosi a specchio di una banale routine, privo di grandi valori ed eroiche gesta. In questo scenario di conflitto tra arte e industria troneggia lo sguardo del cinema, personificato in Fritz Lang che pieno di sarcastica sfiducia osserva i personaggi di questa vicenda, i quali si guardano e si giudicano, emblema di una classicità imponente che non trova eco nella modernità consumistica, rappresentata dalla figura del produttore. Come due divinità essi si scontrano e si respingono, senza sbocchi di comprensione…

Le Mépris – che bello, il titolo in francese, più insinuante di quello italiano – c’è molta dell’audacia sperimentalista del suo autore, della sua voglia di esplorare e fabbricare il nuovo, e insieme c’è il massimo sforzo da lui mai tentato di avvicinarsi al cinema mainstream, di largo consumo. Nessun altro titolo godardiano cerca di essere un film (anche) da pubblico come questo, nel sogno forse impossibile di conciliare l’urgenza di una propria visione di cinema con quella dell’industria, un tentativo che non si ripeterà più nella carriera di JLG. Forse il massacro da parte di Ponti lo indurrà a ritrarsi, a optare per quel radicalismo, espressivo e anche di mezzi e modi di produzione, che ne farà il cineasta più rivoluzionario – in ogni senso – del secondo Novecento, anzi l’incarnazione stessa del cinema come rivoluzione. Se Il disprezzo non fosse stato stravolto dal suo produttore, se il pubblico ne avesse fatto un successo, forse avremmo avuto un altro Godard.
Certo che oggi si resta stupefatti di fronte alla ricchezza del film, alla sua pluralità di livelli e alla pluralità di letture e interpretazioni cui si presta. Al suo essere una sorta di laboratorio in cui Godard incessantemente sperimenta ed esplora. Trasformando anche i più scontati passaggi del plot – in fondo, si tratta della solita crisi di un amore, con corna e rinfacci e rimbrotti -  in occasione per inventare cinema. La sequenza iniziale, per dire: i due a letto, con BB nuda, e la macchina da presa a solcare il suo corpo, e insieme la voce di lei a classificare, nominare, elencare erotizzandole le parti di sé, è già un esempio folgorante. E la parte centrale, il cuore del film, il suo nucleo, con la coppia già disamorata che si aggira cercandosi, scontrandosi, evitandosi nell’appartamento romano di gelida modernità, e se ricordo bene con la macchina da presa a seguire in un lunghissimo, vistuosistico piano sequenza soprattutto lei (e qui, BB strepitosissima e assolutamente godardienne): una scena che distrugge ogni convenzione su come-si-racconta-una-coppia riportandola al tempo, al ritmo della vita così com’è. In un’operazione che non è bieco naturalismo, ma reimmissione del cinema nel flusso del reale (e viceversa)…

…Le sujet du Mépris est de regarder ce qui s'est passé dans un couple, non pas pendant des années comme dans le cinéma des scénaristes mais pendant un dixième de seconde, celui précisément où le décalage a lieu, où la méprise s'est installée pour la première fois. Ce dixième de seconde, à peine visible à l'œil nu, où les vitesses ont cessé d'être synchrones. Encore une affaire de montage : revenir sur la coupe pour trouver l'accord ou le désaccord. Et dans cette enquête sur un sentiment, il nous faudra revenir plusieurs fois sur le lieu du crime sur cette scène sans drame où Camille monte pour la première fois dans la voiture de Prokosch qui démarre d'abord lentement comme au ralenti, puis d'un seul coup en trombe devant Paul qui en sait quelle vitesse adopter. Et il ne faut pas s'étonner si cette enquête passe par L'Odyssée qui est aussi une affaire de trajectoire, de tours et de détours, de vitesses différentielles. La crise que Paul traverse c'est celle de quelqu'un qui s'affole car il n'arrive pas à trouver la bonne vitesse et qui se met à bouger par saccade dans tous les sens. Le pathétique du personnage, c'est qu'il cherche à fixer des sentiments avec des mots et que dans son affolement de ne pas arriver à comprendre (là où il n'y a sans doute rien à comprendre avec des mots qui ne renvoient qu'à eux-mêmes, mais tout à regarder, ce que Camille sait mieux faire que lui comme le prouve ce dialogue où il lui demande : "pourquoi tu as l'air pensive ?" Et où elle lui répond : "c'est parce que je pense, imagine-toi"), il se heurte précisément aux apparences, à la surface des choses où il n'a pas la patience, ni la sagesse de chercher la vérité. Dans cette précipitation à comprendre, il va se heurter à l'inertie de Camille qui sait elle que l'amour passe par une attention à la surface, comme le montre la fameuse scène d'ouverture aux masques et aux remparts dont s'entoure Jérémie Prokosch et à la sagesse suprême de Fritz Lang qui est celle des dieux, à la fois ironique et bienveillante, totalement réconciliée.
Comme le disait lui-même Jean-Luc Godard dans le compte-rendu de son film dans les Cahiers du cinéma d'août 1963 :
"le Mépris est un film simple et sans mystère, film aristotélicien, débarrassé des apparences, le Mépris prouve en 149 plans (176 après montage) que, dans le cinéma comme dans la vie, il n'y a rien de secret, rien à élucider, il n'y a qu'à vivre et à filmer"
Comment parler des choses les plus simples (l'émergence d'un sentiment, les différences de comportement) en les incarnant dans des images sublimes et définitives. Succession de plans magnifiques montés musicalement, les saccades désordonnées de Piccoli, les accélérations de Jack Palance et le rythme étale de Fritz Lang. D'une ligne à l'autre, il ne reste plus que l'intensité sans la substance, la vitesse sans la masse, l'émotion sans le pathos afin de saisir les différences de rythmes et de comportements (la sublime inertie de Bardot)
Pourtant Godard a pris grand soin dans son scénario de définir ses personnages :
Camille n'agit que deux ou trois fois dans le film. Et c'est ce qui provoque les trois ou quatre rebondissements véritables du film, en même temps que ce qui constitue le principal élément moteur.
Mais contrairement à son mari, qui agit toujours à la suite d'une série de raisonnements compliqués, Camille agit non psychologiquement, si l'on peut dire, par instinct, une sorte d'instinct vital comme une plante qui a besoin d'eau pour continuer à vivre.
Le drame vital entre elle et Paul, son mari vient de ce qu'elle existe sur un plan purement végétal, alors que lui vit sur un plan animal.
Si on se pose des questions sur elle, comme le fait Paul, elle ne s'en pose aucune. Elle vit de sentiments pleins et simples, et n'imagine pas de pouvoir les analyser. Une fois le mépris pour Paul entré en elle, il n'en sortira pas, car ce mépris, encore une fois, n'est pas un sentiment psychologique né de la réflexion, c'est un sentiment physique comme le froid ou la chaleur, rien de plus, et contre lequel le vent et les marées ne peuvent rien changer ; et voilà en fait pourquoi le Mépris est une tragédie.
Paul est d'un aspect un peu antipathique, dans le genre gangster de film, mais d'une antipathie sympathique, si l'on peu dire, secrètement attiré que l'on est par son côté renfermé, maussade, souvent provocateur, qui cache une âme tourmentée, rêveuse, qui se cherche elle-même. Avec l'argent qu'il gagnera, Paul espère pouvoir enfin se consacrer tranquillement à la pièce de théâtre qu'il médite depuis longtemps mais en est-il vraiment capable ? Son ambition change trop souvent de sens pour être vraiment pure. Du moins il pense que Camille pense peu à peu ça de lui et que c'est une raison supplémentaire qui alimente le mépris qu'elle a conçu pour lui. Sur ce point Fritz Lang dans les discussions qui les oppose l'un à l'autre au sujet des aventures d'Ulysse, lui fera la morale. La vérité s'opposera ainsi au mensonge, la sagesse à l'esprit brouillon, un certain sourire grec, fait d'intelligence et d'ironie, à un sourire moderne incertain, fait d'illusion et de mépris. C'est l'insécurité perpétuelle de Paul qui doit être touchante, car elle est néanmoins, malgré les apparences signe de candeur et de non-méchanceté. Jérémie Prokosch américain du nord, né à Tulsa, il y a environ 37 ans. Il a sauvé Francesca à la fin de la guerre d'un camp de concentration allemand et ne se prive pas de le lui faire sentir. Jérémie Prokosch est producteur par orgueil bien plus que par intérêt, comme la majorité des producteurs. Il a toujours dans sa poche ce que Francesca appelle sa bible, un petit livre plein de maximes, dont il se sert quand il est pris de court dans une discussion ; Jérémie Prokosch n'est ni homme ni dieu, amis comme tous les grands producteurs, seulement un demi-dieu, ce qui est sa force et sa faiblesse. Il voudrait comme Dieu, en effet, façonner les hommes à son image. C'est oublier dira Lang que ce ne sont pas les dieux qui ont créé les hommes mais les hommes qui ont créé les dieux !
Aujourd'hui, Fritz Lang, l'auteur de Mabuse, ressemble un peu à un vieux sage indien, sage serein, qui a médité longtemps et enfin compris le monde et qui abandonne les sentiers de la guerre aux jeunes et turbulents poètes.
Francesca Vanini est une jeune femme italienne d'environ 25-26 ans les cheveux noirs, l'air un peu eurasienne, vive et jolie. Elle parle quatre langues, le français, l'américain, l'allemand et l'italien naturellement. Elle escorte Jérémie Prokosch jour et nuit, et lui sert autant de secrétaire particulière que de chargée de presse pour ses firmes la Compagnie Cinematografica Minerva et la Jérémie Prokosch and Associates. Le film étant parlé en plusieurs langues, le rôle de Francesca sera de traduire simultanément les conversations à deux, trois ou quatre langues, suivant les nécessités du moment. Elle le fera de son propre chef, comme quelque chose d'admis sans que personne même ne lui demande. Sa voix, ainsi sera comme un violon supplémentaire qui paraphrase dans d'autres tons les mélodies des autres violons du quatuor formé par Camille et Paul Javal, Fritz Lang et Jérémie Prokosch
La deuxième partie du film se passe à Capri le seul décor utilisé est celui de la villa Malaparte avec, aux alentours, les énormes et grandioses blocs de rochers sauvages plongeant directement dans le royaume de Poséïdon, lequel, ne l'oublions pas, est l'un des seuls dieux à ne pas aimer Ulysse et à ne pas le protéger. C'est pour cette raison que la situation géographique de la villa est importante. Seul face à la mer, elle renforcera l'idée d'un monde odysséen, en lui donnant une réalité et une présence quasi palpable. Toute la deuxième partie sera dominée du point de vue couleurs par le bleu profond de la mer, le rouge de la villa et le jaune du soleil, on retrouvera ainsi une certaine trichromie assez proche de celle de la statuaire antique véritable. Dans tout le film, le décor ne doit être utilisé que pour faire sentir la présence d'un autre monde que le monde moderne de Camille, Paul et Jérémie Prokosch. Les scènes de l'Odyssée proprement dite, c'est à dire les cènes que tournent Fritz Lang en tant que personnage, ne seront pas photographiées de la même façon que celles du film lui-même. Les couleurs en seront plus éclatantes plus violentes, plus vives, plus contrastées, plus sévères aussi, quant à leur organisation. Disons qu'elles feront l'effet d'un tableau de Matisse ou Braque au milieu d 'une composition de Fragonard ou d'un plan d'Eisenstein dans un film de Rouch. Disons encore que d'un peint de vue purement photographique, ces scènes seront tournées comme de l'anti-reportage. Les acteurs y seront très maquillés. La lumière du monde antique tranchera ainsi par sa dureté par sa netteté de celle du monde moderne où s'agitent nos héros (ou plutôt nos pantins- car les héros ce sont Ulysse et ses compagnons
Contrairement au roman, le temps n'est pas fragmenté en une série de petites scènes s'étalant sur plusieurs moins, mais composé de quelques longues scènes s'espaçant sur une durée de quelques jours. Il s'agit, dans le film, de raconter l'histoire à la fois du point du vue de chaque personnage, surtout Paul et Camille et d'un point de vue extérieur à eux et c'est ici que le personnage de Fritz Lang prend toute sa valeur.