venerdì 23 febbraio 2018

Vergine giurata - Laura Bispuri

Hana è una ragazza cresciuta come un uomo, ha dovuto scegliere di crescere come un uomo.
a un certo punto va a cercare la sorella, sposata, con una figlia, vivono in Italia.
per Hana quel mondo albanese è finito, e la sorella la accoglie, e inizia la rinascita.
gran film - Ismaele



La regia di Bispuri ha una qualità ipnotica, soprattutto durante le sequenze acquatiche che stanno diventando un suo "marchio di fabbrica". I dialoghi sono ridotti all'osso, ma la storia è resa esplicita dalla limpidezza della narrazione e dalla recitazione intensa e rigorosa di Alba Rohrwacher, interprete di una femminilità di confine priva di vanità ma non di sensualità segreta.
La cinepresa che soffia sul collo dei personaggi, inseguiti da dietro, ricorda lo stile "documentario" dei Dardenne, e quella del "film di realtà" è evidentemente una scelta narrativa: non a caso Vergine giurata è prodotto, tra gli altri, da Vivo Film, che da sempre predilige questo genere. Ma l'appeal carnale delle immagini ricorda soprattutto l'opera di Lucrecia Martel, la regista argentina che ha raccontato la femminilità, soprattutto adolescente, in modo magistrale in La ciénaga e La niña santa (dove l'acqua assumeva la stessa valenza amniotica che ha in Vergine giurata). Entrambe le registe maneggiano con disinvoltura gli elementi naturali, e non hanno paura di ciò che può apparire osceno o imbarazzante. Attraverso di loro, la conoscenza del corpo e dell'animo femminile si fa forma filmica, e accende un altro riflettore su una realtà diversa (sommersa?) ancora poco vista al cinema.

…Laura Bispuri dimostra una sensibilità e un talento personale raro anche tra le poche registe italiane, condizionate quasi sempre dai modelli narrativi, molto maschili, di quel cinema “ufficiale” e centrale, che potremmo anche chiamare romano, e della televisione.
Segue il filo logico di una narrazione che evoca e spiega, e che pone Hana/Mark di fronte alle contraddizioni di una società urbana e moderna, senza però concedere nulla alla denuncia facile, al moralismo e al confronto dogmatico noi/loro. La regista si dimostra tale nell’invenzione di piccole situazioni che accennano, suggeriscono, e a volte propongono stacchi molto netti in direzione di una lettura più profonda, non dichiarata, ma che sta allo spettatore cogliere nella loro allusività.
Per esempio, ricorrendo alla musica solo in alcuni momenti, con una funzione più straniante che di commento e sottolineatura di situazioni. Per esempio con una riflessione sui corpi, sul corpo, che passa – nelle scene girate in una piscina, motivo ricorrente della parte italiana – dalla transitoria perfezione del geometrico ballo acquatico di due nuotatrici fisicamente perfette alla confusione dei corpi, belli e brutti, maschili e femminili, giovani e vecchi di un’altra scena di piscina.
Per tornare infine al corpo di Hana, un corpo vero, che Hana torna a scoprire riconquistandolo, così come non riscopre ma scopre il sesso in un modo titubante ma diretto, privo di romanticismi. Finalmente “libera di non essere per forza qualcosa” (un progetto che dovrebbe ovviamente riguardare anche i maschi, anche qui, anche ora). Ottimo esordio, dunque, e un’altra buona speranza per il cinema italiano non ruffiano.

…La Bispuri utilizza una tecnica mista, che prende molto dal cinema del reale (oltre allo stile di ripresa e al rispetto delle location, efficace e coraggiosa è la scelta di far parlare Mark in lingua albanese), senza rinunciare a momenti di lirismo che prendono forza dall'assoluta veridicità di ciò che vediamo. A cominciare dalle suggestioni indotte dagli inserti dedicati al rapporto tra la protagonista e il ragazzo conosciuto in piscina, in cui l'istintualità violenta e rapace dei personaggi sottolinea la volontà di liberarsi da qualsiasi tipo di condizionamento o sovrastruttura. Oppure, nelle due scene, quella delle ragazze che urlano di gioia, schiamazzando sotto i portici, e nella ripresa subacquea, con la soggettiva sulle gambe in movimento delle atlete di nuoto sincronizzato, in cui le pulsioni sessuali di Mark vengono anticipate dalla spontaneità di quelle esternazioni. Contribuisce al risultato una straordinaria Alba Rohrwacher, capace di calarsi nel ruolo con immedesimazione da Actors Studio. Il resto del cast, formato anche da attori alla prima esperienza non gli è da meno, a conferma di una bontà complessiva davvero sopra la media.

Initiant bientôt un voyage à travers les sens, au fil des souvenirs de celui qui est né Hana, Laura Bispuri compose un film proprement organique d’une intensité rare. Chaque étape introspective assoit la réalité culturelle et traditionnelle qui ôte aux femmes leur liberté faisant d’elles un objet que l’homme acquiert par quelque mariage. Bien que la réalisatrice mette en exergue les règles du Kanun dans une région précise d’Albanie, elle offre au film une dimension universelle sur la place de la femme dans la société et l’étroitesse des codes qui n’ont cesse d’en restreindre les droits.
Pour pouvoir être une femme libre, Hana s’est pliée à la norme masculine. C’est le même dessein qui a conduit Lila à fuir en Italie. Devenue Mark, le parcours de Hana est d’autant plus percutant qu’elle a totalement intégré les codes qui annihile la femme.
La découverte de Jonida au corps libéré, qui pratique la nage synchronisée, ancre un basculement. Si l’adolescente bouscule Marc, l’univers de la piscine où elle s’émancipe est un espace insécure pour lui car il y est contraint de masquer son corps là où la nudité des autres s’affichent. C’est aussi le lieu où la silhouette de Mark se confronte à celle d’un maître-nageur, telle une brebis face à un taureau.
Optant pour une mise en scène naturaliste, Laura Bispuri parvient à trouver une juste distance pour transcender les sensations vécues par son protagoniste. Ce faisant, portant des choix de cadrage pertinents sans jamais tendre à la moindre esthétisation, elle insuffle au film une réelle dimension organique. Les quelques emplois musicaux, telles des envolées marquant l’importance de certains instants, font sens, tout comme leur brusque arrêt. Il s’agit d’épouser le regard de Mark sur lui-même ; d’épouser son évolution et sa sensibilité. De comprendre son désir aussi.
L’interprétation d’Alba Rohrwacher– maîtrisant un idiome albanais très spécifique – est l’élément clé du film. Son corps se module comme son visage s’ouvre au fil de l’évolution de son personnage. De Hana à Mark et de Mark à Hana, elle ne cesse de se métamorphoser tout en transcendant une palette d’émotions d’autant plus troublantes que les mots manquent à son personnage qui se réfugie dans un mutisme et ne cesse de replier sur lui, sur la prison qui est son corps. Et si la confrontation à l’altérité marque son évolution, l’ensemble du casting est choisi avec soin si bien que les corps, souvent, parlent d’eux-même et que la sincérité de rapports gomme l’impression de toute représentation.

…A salvarsi è infatti anche la scelta di interrompere il film presto, senza dilungarlo eccessivamente e renderlo ridondante come volendo rischia di essere in rari momenti. D'altro canto il finale, forse un po' troppo conciliante, riesce a concludere alcune cose, ma a lasciarne aperte altre, tanto che si fatica a credere di essere arrivati ai titoli di coda così in fretta. Nonostante dunque il carattere esplicito di tutta l'operazione, Vergine giurata vanta splendidi ritratti di ambienti e atmosfere, inquadrature che alternano grandangoli (uno notevole nella solita piscina) e primi piani (con l'attenzione per i dettagli corporali), paesaggi mozzafiato e messa in scena di tradizioni misteriose, che non smettono di essere mai fortemente condizionanti e dopotutto positive. In effetti, la vergine giurata diventa una scappatoia per riuscire ad accettare la diversità in una comunità chiusa e bigotta, una possibilità che è certo più accettabile dell'assurda noncuranza per la dignità umana. Dunque, il bello del film è proprio il suo evitare qualunque intento folkloristico, rifuggire gli spiegoni, non condannare nessuno, e lasciarsi trasportare dagli eventi con una mdp mossissima e necessaria, che sa giocare con il montaggio e il sonoro e si fa portavoce di un futuro promettente per un'esordiente che speriamo di rivedere presto all'opera.


giovedì 22 febbraio 2018

La legge della tromba – Augusto Tretti

un altro film di Augusto Tretti, di quelli che vedi più volte e ti dice sempre cose nuove.
una storia con capo e coda, piena di economia, amore, amicizia, tradimenti, e trombe, di tutti i tipi.
un film ricco (di idee), folle, corto, denso, imprevedibile, da non perdere insomma - Ismaele


QUI il film completo



       Basterebbero le pause, i silenzi, e il pathos alto ed acuto di quelle rarefazioni improvvise in cui precipita, e che peraltro sempre sott'intende, l'azione, a dirci della personalità precisa ed intensa che affiora da questo film.
       E a saper sfuggire al solito e sterile tranello dei «riferimenti» (Vigo, Chaplin, Clair) si tratta a mio parere di una autentica eccezionale originalità.
       Insomma è un film che mi ha colpito e a tratti emozionato moltissimo.
Francesco Maselli

       La « Legge della Tromba» è il film più strabiliante che abbia mai visto, il più fuori dal comune. lo credo che dietro questo film ci sia una personalità.
       I produttori italiani oggi sembrano molto propensi a rischiare sui giovani. Io mi auguro che ce ne sia uno disposto a chiamare Tretti e fargli questo discorso: Ti lascio libero di fare quello che vuoi, dimmi solo cosa, quanto e quando.
       E chissà alla fine, fra le altre sorprese che Tretti riserberà, non ci sia anche quella della riuscita speculazione finanziaria.
Florestano Vancini

       La «Legge della Tromba» di Augusto Tretti ci fa ringiovanire. Contiene infatti gli estri, un po' anarchici, il salutare bisogno di nuovo, di diverso e anche gli errori della giovinezza.
       A me sarebbe piaciuto che la sua vena satirica, assai forte, si fosse italianizzata di più nei suoi bersagli, ma non vorrei far prevalere ora la critica di fronte a un'opera prima in cui si possono cogliere così spesso battute, immagini, invenzioni sonore cariche di quei valori creativi che sono così rari nella maggior parte dei films e che sono i soli che contano.
       Auguri con tutto il cuore per il suo secondo film che spero di vedere prestissimo.
Cesare Zavattini

       Ho veduto la « Legge della Tromba» di Augusto Tretti. Il film risente delle infinite difficoltà economiche incontrate durante la lavorazione e il suo linguaggio è tutt'altro che risolto.
       Ma, sottolineati questi limiti, bisogna aggiungere che siamo di fronte ad un'opera assolutamente nuova di un regista che domani sicuramente diventerà un autentico autore.
       Vengono in mente le fantasie di Charlot, i films di Tati, intere sequenze sono rette da un miracoloso equilibrio di ironia e di lirismo. Poi il film lavora nella memoria.
       E così Liborio, la seduzione, l'inaugurazione del trombifìcio, il consiglio d'amministrazione e le grandi manovre acquistano una precisione di linguaggio e una dimensione poetica per cui assolutamente secondaria rimane quella certa impronta goliardica del film.
       Io spero di vedere un altro film di Tretti e lo invito ad essere fedele sino in fondo alle sue idee ed al suo temperamento.
Valerio Zurlini

       Passato il primo momento di stupore, «La Tromba» suona nella mente con un timbro esatto e prolungato. Di rado il cinema italiano ha dato una verità così precisa come quei campi, quelle scarpate, quella desolata officina e quei personaggi, che demistificano la lustra apparenza dei "miracoli" economici e ritrovano una provincia farsesca e sinistra.
       Quelle che possono sembrare le debolezze del film sono invece la sua forza: quel che di smarrito, di disperso, di scucito. L'autore della «Tromba» salta sopra le nostre teste, e sopra quelle del pubblico viziato, ritrova lo stupore delle verità elementari. Se la parola poesia è troppo grossa, sceglietene un'altra. Ma, a quell'uomo, bisogna mettere in mano una macchina da presa: non capita spesso di poter sentir suonare il Dies Irae con l'accento stralunato e straziante d'una trombetta di latta.
Franco Fortini

       Io non mi intendo di films, perché, tra l'altro, sono un cattivo frequentatore di cinematografi, però 'le orecchie le ho buone e nel film « La Legge della Tromba}} ho gustato come raramente, e forse mai, la parte chiamiamola così musicale (dico chiamiamola così, perché in questo film pazzo anche la musica che lo accompagna è a suo modo pazza).
       Veramente le trovate rumoristiche e sonore per la loro essenzialità, ingenua ed elementarità fanno centro in certe situazioni e diventano elemento integrante con quello che avviene sullo schermo.
       Ricordo per esempio la musica gracchiante che accompagna le grandi manovre, che tra parentesi sono a mio avviso uno dei più bei pezzi del fìlm, la bandetta a bocca e le macchine del trombifìcio, senza contare gli innumerevoli piccoli rumori, come quando Liborio si gratta in testa...
       Insomma Tretti ha trovato una sua orchestra insostituibile e non mi resta che dirgli tre volte bravo per la trovata originale di aver supplito con mezzi primitivi al solito commento sonoro, senza contare l'originalità unica di questo suo lavoro che merita di essere visto e divulgato perché mi pare che segni nel suo genere, una tappa nuova nella storia del cinematografo.
Giorgio Federico Ghedini (Direttore del Conservatorio Giuseppe Verdi - Milano)

       La «Legge della Tromba» mi ha molto divertito. Qualcuno obbietta che il film ricorda Chaplin e Tati. Può darsi. Ma Tretti, il regista, non disponeva né di Chaplin né di Tati, disponeva soltanto di una cuoca settantenne, e tuttavia è riuscito a fare un film di alto livello comico. Vi sembra poco, in un paese dove il comico ha quasi sempre il tono della farsa dialettale?
       In questo giovane e nel suo film c'è estro da vendere.
Michelangelo Antonioni

       Dò un consiglio a tutti i miei amici produttori:
       Acchiappate Tretti, fategli firmare subito un contratto, e lasciategli girare tutto quello che gli passa per 1a testa. Sopratutto non tentate di fargli riacquistare la ragione; Tretti è il matto di cui ha bisogno il cinema italiano.
Federico Fellini


Un 7 come valore affettivo e per:
- Maria Boto che è esilarante, guardatevi il prologo su youtube!
- tutti i vecchietti che fanno un sacco ridere.
- il montaggio sonoro che ridicolizza la guerra e non può non far sorridere.
- il tipo di cui non viene inquadrata la testa (questo è puro genio)
- il coro anziani come colonna sonora.
- il contesto sociale nel film, ovvero una parodia del nostro sistema.
Insomma, quanta roba in un film solo! Ed è pure un esordio... peccato che la sceneggiatura sia molto confusa, ma bisogna anche comprendere che questo film ha passato non poche difficoltà!

Un film con una storia totalmente anticonvenzionale che se ne frega altamente da clichè imposti. Il prologo è esemplificativo di una volontà che vuole farsi sberleffo di fronte ad una logica commerciale. Lo è anche lo stile che proviene dal cinema muto, accompagnato da didascalie e un sonoro rifatto in studio totalmente antirealistico rispetto a ciò che fa vedere l'immagine. E' un film bizzarro come il suo regista che fa già vedere alcuni elementi che si ripresenteranno ne Il Potere.

 impiega attori non professionisti non perché gli interessi rappresentare la dimensione dell’uomo della strada – sto semplificando, il neorealismo presenta molte altre sfumature – ma in quanto i suoi film, ciò che vogliono dire, non necessitano della mediazione dell’attore. «I personaggi devono sembrare marionette che raccontano un discorso che deve servire a pensare» (8); l’autore adotta la “formula” della tesi, rinunciando a caratterizzare psicologicamente i personaggi, azzerando lo spessore drammatico del nucleo narrativo.
Grazie alla tesi Tretti ottiene «un effetto di ‘straniamento’ nei confronti del pubblico; esso non si identifica più, infatti, nel film e nella sua trama (ed in questo sarebbe stata complice una recitazione più impostata da parte degli attori), ma è indotto a pensare e a riflettere su quello che vede e che gli è ‘estraneo’. Da qui nasce appunto la necessità di attori non professionisti, che non recitano» (9).
Trasparenti a questo punto – ma anche perché ad affermarli è lo stesso Tretti – sono i legami con la tecnica teatrale usata da Brecht.
L’effetto di “straniamento” in Brecht avviene però, non solo attraverso la recitazione che annulla l’identificazione tra personaggio ed attore e la rinuncia da parte dell’autore alla messa in scena di conflitti psicologici particolarmente tesi, ma anche frammentando la rappresentazione in una serie di quadri, di stazioni, quasi slegate l’una dall’altra, al fine di appiattire l’eventuale tensione emotiva nello spettatore e rompere il tradizionale sviluppo della vicenda del teatro borghese…

Un film concretissimo come i suoi rumori di fondo,  opera di un regista capace come pochi di scardinare i meccanismi del potere. La parabola della banda di Celestino simboleggia l’uomo otto-novecentesco che passa dal rifiuto del sistema alla ricerca della omologazione nello stesso. I nostri passano dalle rapine alla fabbrica non riuscendo ad evitare il carcere. Le istituzioni che devono reprimere la volontà di trasgredire devono convincere allo stesso tempo l’uomo ottocentesco che conviene servire il proprio paese in guerra o andare a lavorare invece di andare in  prigione . Tretti ribalta il rapporto, il carcere diventa un luogo poco inospitale dove si mangia pure bene e da dove si può scappare facilmente con o senza la  grazia del governatore. L’esercito è un’istituzione facilmente sabotabile, poco efficiente e per niente in grado di assicurare la disciplina dei militari anche durante una semplice esercitazione . i cinque ormai vogliono lo stesso entrare nel sistema, vogliono lavorare e non gli interessa molto di essere sottopagati  se possono evitare di essere  emarginati. Il problema per loro è che prima o poi in economia l’offerta supera la domanda e la produzione deve essere spostata dove costa meno , dove il capitalista guadagna di più e l’operaio di meno. L’uomo novecentesco deve accettare una società post-operaia fatta di lavori strani e improbabili  dove l’ascesa sociale non è chiara e dove l’amore stesso segue logiche poco romantiche e molto materiali. Una visione paradossale ma lucidissima, unica e ironica, simbolicamente dialettica capace di tenere insieme la critica marxista alla borghesia e uno stile cinematografico  ruspante e artigiano casalingo e intelligente.

Eppure, di fronte al suo eccentrico esordio La legge della tromba appare subito chiaro che dietro una parvenza di anarchia formale e povertà di mezzi il regista mette a punto uno studio sottile e articolato, come mostra ad esempio l’accurato trattamento del sonoro – usato in senso creativo e non mimetico - attraverso il quale passano la maggioranza dei riusciti effetti comici del film (valgano per tutti le preghiere dei fedeli, ridotte prima a una nenia insensata e poi a un vero e proprio ringhio bestiale). E’ proprio l’assoluta e rara libertà espressiva che permette a Tretti di orchestrare con inaspettato equilibrio gli spunti più diversi: giochi di parole e invenzioni tra il Dada e il fiabesco, parodie, caricature, travestimenti (come quelli dell’anziana cuoca di casa Tretti, che qui interpreta ben quattro ruoli, peraltro maschili), fino a soluzioni visivo-scenografiche che nella loro autodenuncia di finzione suggeriscono un discorso meta cinematografico (le trombe di carta, il razzo “giocattolo”).
Il cinema di Tretti parla insomma una lingua tutta sua – sovversiva, fresca, sapientemente sgrammaticata - rifiutando mediazioni e compromessi, e proprio in questo sta il suo fascino insolito e farsesco, la sua ricchezza espressiva, la sua carica eversiva.

martedì 20 febbraio 2018

Il gobbo - Carlo Lizzani

grandi attori, e un grande regista che li tiene insieme, con una sceneggiatura davvero intensa.
siamo nel periodo fra la liberazione di Roma e la liberazione d'Italia, i fascisti sono in rotta, i partigiani stanno vincendo, si fanno i conti, anche a colpi di pistola e mitra.
ex partigiani gestiscono l'economia, proteggono i bambini degli orfanotrofi, liberano le prostitute, loro malgrado.
appare anche Pier Paolo Pasolini, giovane attore alle prime armi, bravo.
un film che non ti dimentichi, sicuro, ti chiedi come mai non l'hai mai visto in tv, e poi lo capisci - Ismaele 



QUI il film completo


Il più bel film di Lizzani è uno dei migliori del nostro cinema, duro e abbastanza violento per l'epoca, che ci racconta di una periodo difficilissimo per un Italia che aveva perso la guerra e ogni suo punto di riferimento, dove tutti erano abbandonati a se stessi e dove trovavano terreno fertile personaggi come il Gobbo, che se da un punto di vista si schieravano contro i tedeschi, allo stesso tempo prendevano le distanze anche dai partigiani stessi, insomma dei fuorilegge, il cui unico credo era la violenza, del resto non poteva essere altrimenti visto che la situazione era più che disperata. Il Gobbo è stata una figura che per le borgate romane ha sempre rappresentato un idolo, uno che combatteva per il bene del popolo, insomma una figura mitizzata che ha avuto sicuramente più ombre che luci. Un personaggio così complesso non poteva essere trascurato dal cinema, ci pensa il grande Lizzani a raccontare le vicende del Gobbo Giuseppe Albano, per l'occasione ribattezzato Alvaro Cosenza, e regalandoci due personaggi straordinari, il Gobbo che quindi è un personaggio realmente esistito, e Ninetta, che è un personaggio nato dalla fantasia degli sceneggiatori, reso indimenticabile dall'attrice italiana più bella e brava di sempre: Anna Maria Ferrero.
Per il ruolo da protagonista viene scelto il francese Gerard Blain, trattandosi di una coproduzione è quasi una scelta obbligatoria, in un primo momento potrebbe sembrare una stonatura, ma non è così, il bravissimo Blain ce la mette davvero tutta per sembrare un ragazzo delle borgate romane, egli stesso dichiarò che i ragazzi di strada che facevo le comparse nel film durante le riprese a Pietralata oppure al Quarticciolo non erano poi così differenti da quelli della periferia parigina che l'attore conosce molto bene, Ne esce così un'ottima interpretazione, certo anche la voce di Giuseppe Rinaldi che doppia l'attore aiuta non poco alla resa finale del personaggio, ma l'espressività del volto di Blain, una volta feroce e violento un'altra teneramente innamorato della sua Ninetta, meritava sicuramente più considerazione da parte dei critici dell'epoca.
Ma veniamo a Ninetta, la migliore interpretazione di Anna Maria Ferrero, difficilmente un'attrice è mai stata così intensa, anche lei stessa fu contenta di come era riuscito il suo personaggio, una ragazza indifesa e sola, viene violentata dal Gobbo, gli uccidono il padre, abortisce e si da alla prostituzione, insomma tutte situazioni che avrebbero abbattuto chiunque, ma non lei, capace di rialzarsi e di guardare sempre avanti, tutto con le sue sole forze, fino al tragico finale accanto al suo amato/odiato gobbo. Anna Maria veniva da uno dei periodi più brutti della sua vita, si era da poco lasciata con Vittorio Gassman, questo dolore l'aveva chiusa in se stessa. Sicuramente ha trasmesso quello che stava provando in quel momento, tristezza e rabbia per una storia finita forse anche per una propria colpa, ma Anna Maria non si buttò mai giù, concentrò tutta le sue innate doti di grande attrice e ci regalò questo straordinario personaggio che è Ninetta.
Ninetta e il gobbo sono due personaggi non troppo diversi, nel gobbo c'è anche qualcosa di buono così come Ninetta non è propriamente un personaggio positivo, è vero che subisce una violenza, ma è lei di propria iniziativa ad iniziare a prostituirsi ed a rifiutare il bambino che aspettava dal gobbo stesso. Nel tragico finale è sempre lei a seguire per l'ultima volta il suo amante nella disperata fuga, dove troveranno entrambi la morte, quindi Ninetta è vittima ma allo stesso tempo artefice del suo triste destino. Un gran bel personaggio.
Tornando al film, si può certo dire che se la censura dell'epoca non fosse stata così stupida, sicuramente la pellicola ne avrebbe guadagnato non poco sotto ogni punto di vista, mi riferisco al momento dello stupro di Ninetta, oppure quando lei stessa abortisce il figlio non desiderato del gobbo, di certo temi che nel 1960 era un tabù solo pensarli, quindi bisognava accontentarsi. Nonostante l'impegno di Lizzani di mantenersi il più lontano possibile dalla censura, il film fu accusato di apologia della violenza, ma fortunatamente non ci furono problemi seri che ritardarono la proiezione del film, che uscì nelle sale l'anno successivo e fu uno dei maggiori incassi.
Tuttavia è sbagliato pensare che il film siano solo di due protagonisti, un applauso a Lizzani per aver saputo ricostruire così bene quei nove mesi della resistenza romana che segnarono per sempre la vita degli abitanti delle borgate romane, quegli stessi che furono testimoni delle imprese del Gobbo del Quarticciolo, non era difficile fabbricare falsi eroi in quegli anni difficili, ci si aggrappava a qualsiasi cosa pur di sperare in futuro meno bruto del presente. Sicuramente il gobbo fu una figura negativa, e anche per questo ha il suo fascino, ed è per questo che ha meritato che le sue gesta siano state raccontate in un film.
La scena indimenticabile: Ninetta ormai si è data alla prostituzione, rientra a casa e trova il gobbo, che vorrebbe parlarle e forse chiarire il suo sentimento verso la ragazza, vorrebbe strapparla a quella vita che non le appartiene, è sottomesso e non ha più la spavalderia di un tempo, al contrario Ninetta appare sicura di se e fiera della sua nuova vita, i soldi non le mancano, si offre al suo ex amante come fosse un cliente qualsiasi, si spoglia e si siede sul letto, il gobbo la accarezza, all'improvviso i due ripensavo a quei pochi bei momenti vissuti insieme, a quello che sarebbe potuto essere e invece per colpa di una guerra che li ha segnati non potrà mai essere. Ecco che Ninetta perde tutta la sua sicurezza, anche il gobbo è imbarazzato, la ragazza dice "Co te nun posso manco se me ricopri d'oro" e si lasciato con tutti i rimpianti possibili. Pochi minuti e poche parole, carichi di una drammaticità indescrivibile che solo il cinema e soprattutto una grande attrice sanno dare, Grazie di esistere Anna Maria!

La storia di un antieroe raccontata da un regista che nella sua carriera ha saputo mettere in scena una filmografia eterogenea, ma che ha sempre avuto un occhio di riguardo per il periodo della Resistenza e per il valore documentario, di testimonianza storica, del lavoro cinematografico. Bravissimo Gerard Blain, che rende vivo, credibilissimo un personaggio oltrettutto reso ostico dalle limitiazioni fisiche. Bella la storia, ovviamente tratta da una vicenda realmente accaduta, del 'ribelle senza una causa' se non la sua stessa liberazione (con la minuscola), da un passato non facile e da sensi di colpa immani. Il finale (a prescindere dalla veridicità dei fatti) non potrebbe che essere tragico…

lunedì 19 febbraio 2018

Il potere - Augusto Tretti

un film semplice, sembra, chiarissimo e potente, straordinario nel suo coraggio, raccontare il potere, nella sua essenza.
dall'inizio dei tempi fino agli anni '60 c'è tutta la storia del mondo, e dell'Italia, sopratutto.
un film unico, passato qualche volta a FuoriOrario, difficile da trovare, ma poi non te lo dimentichi più.
un capolavoro piccolo e unico, da ritrovare - Ismaele





Quando Il potere trova finalmente la via di un pubblico – seppur minimo, visto che Tretti è rimasto sconosciuto ai più per tutto l’arco della sua vita – l’Italia ha già dimenticato le illusioni del boom e sta iniziando ad annaspare nel riflusso, economico e ideologico. In un paese slabbrato e in pieno stato confusionale, il rigore quasi ascetico di Tretti appare una bestemmia urlata contro il cielo.
Abituato a girare con pochissimi elementi a disposizione, e a barcamenarsi con budget che la gran parte dei suoi colleghi vedrebbe utile al più per un cortometraggio, Tretti dimostra una volta per tutte la differenza tra amatorialità e teoria dello sguardo. Non c’è un solo elemento, nella sarabanda metaforica de Il potere, che possa essere guardato con la benevolenza che si concede, dall’alto di una supposta postura intellettuale, agli “ingenui”. Nello scambiare la professionalità con l’arte, Tretti è stato ridotto per molti anni a scherzo anche ben riuscito ma pur sempre relegato in un angolo. Uno sberleffo contro il cinema “istituzionale”. La sua, invece è stata una sfida ben più alta, e difficile da ripetere. Tretti non ha cercato vie alternative alla prassi, ha negato con forza la prassi, l’ha abiurata, l’ha volutamente vilipesa. Nel suo rigore, nella forza logica della sua messa in scena, non c’è nulla di improvvisato, o di casuale…

Un apologo apparentemente naïf, girato con pochi mezzi e attori non professionisti, che si avvale del tono grottesco per lanciare pungenti staffilate riguardanti i meccanismi occulti che regolano la gestione del potere nei diversi periodi storici della storia umana. L’intuizione folgorante di Tretti è quella di mostrare tre strani personaggi dalla testa di belve (un leone una tigre e un leopardo), seduti su dei troni, come detentori del potere militare, commerciale e agrario. Sono coloro che nel corso dei secoli muovono le fila della spartizione del denaro e del potere, servendosi di volta in volta di ciò che gli fa più comodo. Davanti alla massa questi potenti non compaiono, formano una specie di setta che gli permette di rimanere nell’ombra e nei loro incontri analizzano i cambiamenti in atto nella società e decidono di conseguenza le strategie più idonee per perpetuare il potere, i privilegi e la ricchezza acquisiti. Ciò significa che i politici sono solo apparentemente i detentori del potere, dietro di loro c’è ben altro e questo Tretti lo mostra inequivocabilmente nella sequenza in cui la testa di Mussolini (in realtà una maschera di gomma), appesa ad un gancio, viene gettata via da una delle tre belve, che afferma beffarda “oggi questi burattini non servono più… oggi per continuare a sfruttare e speculare bisogna cambiare tattica e trarre profitto dalle leggi democratiche… oggi per conservare il potere è meglio camuffarsi da socialisti”. La dissacrante pellicola di Tretti non si tira indietro davanti a nessun potere costituito, evidenziando la cialtroneria, la scarsa memoria e l’ipocrisia dei vari protagonisti delle vicende storiche narrate…

Il potere, un apologo apparentemente naïf, girato con pochi mezzi e attori non professionisti, che si avvale del tono grottesco per lanciare pungenti staffilate riguardanti i meccanismi occulti che regolano la gestione del potere nei diversi periodi storici della storia umana. Tretti fa un cinema didascalico da sillabario, vuol raccontare una sua idea della società, e perché non gli piace. Ci riesce per una sua forza derisoria che si avvale d’impassibilità, di non-compiacimento. I volti esemplari, il modo di muoversi, la solitudine dei suoi attori (folle di otto persone, eserciti di dodici soldati), riportano il cinema a un eden dimenticato; a grandi spazi fatti di paesi, monti e campagne della memoria.







Il passo – Giulio Questi

un piccolo film di mezz'ora, sembra non succeda niente, succedono molte cose, fino all'ultimo minuto.
bellissimo e sorprendente, poi Giulio Questi dimostrerà quanto era bravo.
buona visione - Ismaele




…Non siamo più nei pressi dell’indagine sociologica o pseudo-documentaristica, ma nel territorio della pura fiction, tra noir e grand guignol. La vicenda, che anticipa in parte quella del successivo La morte ha fatto l’uovo, è quella di un uomo che medita l’omicidio della propria moglie, claudicante e costretta a portare una sgraziata scarpa ortopedica. Ossessionato dal suono lugubre e sordo del passo di lei, il marito della sventurata Isabel si invaghisce della giovane cameriera Janine, che ha – invece - l’abitudine di girare scalza per la casa, con passetti leggeri e silenziosi. Ma i due crudeli amanti non hanno fatto i conti con la furia di Isabel.
Strizzando l’occhio all’estetica delle avanguardie, Questi stavolta non disdegna – in alcuni passaggi - sperimentazioni stilistiche e aperture all’onirico, in perfetta sintonia con il collaboratore Franco Arcalli, autore del rapido e frammentario montaggio, e con il quale il regista stringerà poi un fertile sodalizio. Palese e rimarcata è l’insistenza non casuale su certe inquadrature: da un lato le scarpe ortopediche, pesanti e massicce, dall’altro i piedi nudi e graziosi, metafora (o meglio sineddoche) di una femminilità provocante e sensuale; allo stesso tema si accorda probabilmente la presenza, in casa di Isabel, di una riproduzione de Lo spinario, che sarà al centro di una delle scene di maggiore tensione drammatica. Cupo e venato d’inquietudine, Il passo è insomma un piccolo racconto coeso, limato e ben curato, che già palesa una certa originalità autoriale.

domenica 18 febbraio 2018

La Forma dell'Acqua - Guillermo Del Toro



due donne protagoniste, Sally Hawkins (La felicità porta fortuna - Happy Go Lucky, di Mike Leigh) e Octavia Spencer (Il diritto di contare), Richard Jenkins, oltre al solito bravissimo Michael Shannon.
una storia anni '50, con l'american way of life protagonista, rullo compresore per i deboli e i non adatti, il razzismo, lo sfruttamento della natura per il petrolio, un mostro di cui si capisce poco, e di cui non sanno cosa fare, il poliziotto torturatore e assassino, all'occorrenza, farà il suo sporco lavoro.
tranne Elisa, lei sa capirlo ed essere capita.
come in Arrival il contatto con l'alieno avviene attraverso un vetro, unica separazione e legame fra i due mondi.
un film che è un po' fantascienza, un po' d'amore, un po' spy story, indefinibile in una sola categoria, meno male.
buona visione - Ismaele







Il principale motivo per cui La forma dell’acqua piace così tanto è il suo regista. Del Toro ha 53 anni e i suoi film più famosi sono Hellboy, Il labirinto del fauno e Pacific Rim. I mostri c’entrano quasi sempre, nei suoi lavori; le storie d’amore quasi mai. È uno di quei registi apprezzati perché in grado di fare cose diverse e originali ed è noto per la dedizione che mette nei suoi film. Per La forma dell’acqua, per esempio, ha preparato per ogni ogni personaggio principale delle storie, lunghe decine di pagine, da far leggere agli attori: per far capire loro chi è, cosa pensa, cosa ha fatto e da dove arriva il loro personaggio. Del Toro è anche un po’ strano: dopo avergliele consegnate ha infatti detto agli attori che, se volevano, potevano fregarsene e pensare loro a delle storie alternative per “trovare il personaggio”.
Del Toro ha raccontato più volte che questo è il suo film migliore e più personale, e che dopo essersi ispirato per anni ai suoi incubi di ragazzo, ha scelto di ispirarsi ai suoi sogni. Ha raccontato di aver dedicato anni alla preparazione del film, e di averlo presentato solo quando aveva già ben chiaro quasi ogni dettaglio: molto spesso si ha invece un’idea, se ne parla ai produttori e da lì si vede se è il caso di mettercisi a lavorare insieme…

Wow! Si resta incantati davanti a tanto amore per il cinema. E a tanto amore per lo spettatore, deliziato e non punito (che la punizione arrivi per incapacità o per cattiva volontà dei registi poco importa, la sofferenza rimane). Guillermo del Toro ha sempre avuto una passione per i mostri, del cinema e della letteratura, da decenni colleziona vecchi manifesti e statuette. Per la prima volta che ne fabbrica uno sommamente fascinoso. La saggista Marina Warner dedicò un saggio alle variazioni sulla Bella che incontra la Bestia, la scrittrice Angela Carter rivoltò la storia di Barbablù in “La camera di sangue” (altri tempi, meno isterici dei nostri). All’elenco manca la creatura anfibia con le squame, ghiotta di uova sode. Ne avevamo vista una molto simile – uova sode a parte – nel film “Il mostro della laguna nera” di Jack Arnold, anno 1954…

È una favola ultraterrena, una storia d’amore pura e semplice. Un racconto in cui i buoni sono buoni e i cattivi sono cattivissimi (non a caso è ambientato sullo sfondo dell’America della Guerra Fredda), in cui i sentimenti fra una donna delle pulizie muta e un mostro solo all’apparenza spaventoso sono dipinti con gentilezza e in cui la semplicità diventa purezza. Un antidoto grazie al quale il suo autore vorrebbe contrastare il cinismo imperante e l’ossessione deleteria nei confronti del progresso, del futuro. Una dichiarazione di poetica, un testamento visivo: la messa in scena di un’idea.
Ed è ovvio che quando un mondo, un universo o un immaginario è costruito a partire dai sentimenti, quando quindi è con l’amore che si creano e rappresentano le idee, il rischio è apparire fin troppo ingenui e  artificiosi. Eppure, senza troppi giri di parole, Guillermo Del Toro invita semplicemente a guardare e credere - nulla di più. 
Il suo discorso e la sua rappresentazione partono dal cinema e dal suo passato (il passato del cinema hollywoodiano, ovviamente): le idee, secondo La forma dell'acqua, nascono dalla forma di racconto più pura, a cui bastano la forza e l'immediatezza del gesto. È infautti solo attraverso le immagini dei film classici, e in particolare dei musical in bianco e nero degli anni Trenta e Quaranta, che l’idea di cinema di Del Toro può prendere vita; può diventare personaggio ed essere salvata. 
La forma dell'acqua diventa così un passaggio obbligato nella filmografia del regista, dopo il fallimento (magari anche solo commerciale) di Crimson Peak; una commistione di elementi derivanti da un preciso immaginario culturale e cinematografico, tra citazioni e riferimenti, auto-citazioni e auto-riferimenti.
Una lettera a cuore aperto. Il film non è niente più di questo, ma niente meno di questo.
I personaggi di The Shape of Water sono scritti con tale maestria da diventare ben presto chiare e distinte identità, eccellentemente integrate nella rete di eventi che con bellezza man mano crescente si susseguono con la stessa fluidità di un corso d’acqua. Ad interpretarli, attori dalla bravura tale da giungere fino al punto di perdersi interamente nei loro ruoli tanto da scomparire, restituendo al pubblico degli individui coscienti e pensanti, capaci delle più meravigliose, delle più terribili e delle più commoventi azioni.
Se l’ottima protagonista interpretata dall’attrice britannica Sally Hawkins è il filo conduttore della storia, a sostenere maggiormente la spina dorsale di The Shape of Water sono gli incredibili personaggi di contorno, partendo dall’ironia dirompente con cui Octavia Spencer e Richard Jenkins riescono ad illuminare con sporadica acutezza il film arrivando all’enorme, ponderosa prova di recitazione dell’immenso Michael Shannon, fuoriclasse del cinema contemporaneo. Nei panni di uno spietato capo della sicurezza, Shannon rende tangibile un sadismo sanguinario, feroce come quello di un animale, un uomo che ricerca nella sfida con il mostro la conferma di potersi dichiarare Dio in terra, affrontando un’interpretazione grandiosa e totalizzante….

giovedì 15 febbraio 2018

I recuperanti – Ermanno Olmi

Sceneggiatura di Ermanno Olmi, Tullio Kezich e Mario Rigoni Stern, il film del '69-'70 racconta la storia disgraziata del secondo dopoguerra.
chi riesce a tornare non ha un lavoro, o si emigra, o si cerca di appropriarsi dei beni comuni, per sopravvivere.alcuni, pochi, cercano in montagna i residui bellici della prima guerra, combattuta a lungo nelle montagne del film.
è un lavoro pericoloso, alcuni non sopravvivono.
il vecchio Du, che ha un sesto senso per quel lavoro, sceglie e si fa scegliere da Gianni, che vorrebbe sposarsi e vivere in quei monti della sua infanzia e adolescenza.
un film che non ti annoi un minuto, promesso - Ismaele



QUI il film completo

Straordinario nella sua semplicità mostra la tragedia del dopoguerra e la  catastrofe che ha colpito intere famiglie. L'estrema povertà costringerà alcuni ad espatriare ed altri a cercare di sopravvivere adattandosi a qualsiasi lavoro. Il reduce, di cui tratta il film, dopo un fortuito incontro con un anziano "recuperante" inizierà, sotto la sua preziosa guida, il pericoloso lavoro di ricerca di residuati bellici, di cui è pieno il territorio, per poterli rivendere come metalli. Spicca per simpatia e ottima recitazione l'arzillo anziano che rivendica il suo essere "uomo libero". Sarà per il ragazzo,  oltre che per il lavoro specifico, un maestro di vita. Pur essendo datato è un film che tiene in apprensione lo spettatore fino alla fine.

… Il protagonista, Gianni, interpretato da Andreino Carli (nella realtà un semplice agente di commercio), torna a casa dopo la guerra, la seconda, e ritrova, finalmente, l’Altopiano di Asiago e il suo paese, la sua famiglia e la sua donna, Elsa (Alessandra Micheletto). La vita può ricominciare, ma la povertà costringe tutti a scelte difficili. Come fare a sposarsi? Come trovare un lavoro? Si deve forse emigrare, come fanno tanti? Come costruire il proprio futuro nel luogo in cui si è tanto desiderato tornare?
Gianni vuole avere questo futuro e decide di imparare il mestiere del vecchio Du (impersonato da Antonio Lunardi, reclutato in osteria), figura istrionica di recuperante ubriaco, una sorta di rabdomante dei cimeli bellici del primo conflitto, che proprio su quelle montagne ha lasciato tracce ancora profonde. Questo è stato, del resto, un mestiere diffuso per molti anni in tutto l’Altopiano di Asiago; una necessità, di fatto, per molte persone.
L’impresa, a prima vista, sembra ottima e redditizia, e Gianni prova a modernizzare il lavoro del suo nuovo socio Du con l’uso di un metal detector, anch’esso un residuato, ma di una guerra, quella da poco finita, che è ancora troppo presente. Le bombe, i proiettili, il metallo disseminati nelle trincee o nei forti possono essere venduti a buon prezzo. Ma i pericoli sono davvero troppi. Ripartire da zero, allora, è la soluzione anche per Mario, e lavorare come manovale, abbandonare i sogni di un benessere rapido, rappresenta la chance per costruire, sempre nell’amato Altopiano, la propria famiglia.
E il messaggio? Ci sembra di poter dire, a questo punto, che il messaggio è duplice.
Il primo, quello più facilmente afferrabile, proviene dalla storia che il film racconta, nella sua estrema linearità: la continuazione, che è sempre un nuovo inizio, della vita esige un senso di ritrovata e rinnovata umiltà, e rispecchia una naturale legge di concretezza.
Il secondo messaggio, quello di cui è il portavoce, a ben vedere, il vecchio Du, in forma di aedo tanto sgraziato quanto autentico, proviene dai luoghi, dai teatri di guerra, dall’Altopiano ferito, e ci parla con i magic tricks di un uomo-folletto che ha i tipici tratti della creatura del bosco: la memoria ha comunque bisogno di recuperanti che la facciano riemergere, perché anche il suo oggetto, la guerra, non è mai finito o limitato, è destinato a ripetersi, ancora, in tutte le cose della vita.
Qual è, però, il nesso tra i due messaggi? Forse il primo è incompatibile con il secondo? O forse il secondo è il metro per valutare la bontà storica del primo? Il dubbio resta sospeso, e questo “attrito” è la sensazione che resta ben fissa al termine della visione.