giovedì 8 dicembre 2016

La stoffa dei sogni – Gianfranco Cabiddu

l'isola dell'Asinara attira il cinema, pochi mesi fa Era d'estate, adesso tocca al film di Cabiddu, un bellissimo fondale, come dice il direttore del carcere.
Eduardo incontra Shakespeare e appare una strana creatura, a metà fra la realtà e la fiaba.
il film è fatto della stoffa dei sogni, non è un film entusiasmante, non avvengono fatti scioccanti, la tempesta iniziale è l'episodio più violento.
non succedono troppe cose, il teatro e la vita vera si sfiorano, per un po' di sovrappongono.
bravissimi gli attori, straordinario il pastore unico abitante e quindi re dell'isola, novello Calibano, già re in un altro film sardo (qui), che si commuove e commuove quando nel teatro dove si recita La tempesta partecipa come sa.
buona visione, poche copie in giro, in un mare della distribuzione che è come quello della tempesta, chissà se arrivi in sala.
buona visione - Ismaele






Se d'istinto la presenza di due mostri sacri come Shakespeare e De Filippo poteva far pensare a un'operazione squisitamente intellettuale, calcolata a priori - come capita in operazioni di questo genere - per sfruttare i vantaggi derivati dalla reverenza che pubblico e addetti ai lavori solitamente hanno quando si tratta di confrontarsi con un simile cotè culturale, al contrario la visione del film smentisce questa ipotesi: un po' perché il tono generale e in particolare quello adottato da Rubini per incarnare il suo personaggio rasenta la pochade (soprattutto quando si tratta di riprendere gli elementi più indisciplinati della sua compagnia), un po' perché a Cabiddu riesce ciò che di solito risulta la cosa più difficile da raggiungere che è quella di saper trasferire l'universalità dei classici, in un contesto narrativo coerentemente autonomo - e la "La stoffa dei sogni se lo crea in modo naturale - e con una forma cinematografica che avendo nel suo dna profili come quelli dei nostri due campioni riesce a scongiurare il pericolo di scadere nel cosiddetto "teatro filmato"; oppure di ricalcare schemi ultra sfruttati come quello della sovrapposizione tra arte e vita che le analogie tra i personaggi di finzione e quelli shakesperiani potevano in qualche modo autorizzare…

Il quarto protagonista in scena è il più tragicomico in assoluto: il pastore sardo Antioco, un Calebano arcaico che si esprime in una lingua comprensibile solo a se stesso, e ciò nonostante cerca continuamente il contatto umano con i gli "invasori" che hanno colonizzato la sua isola. In questo personaggio, magnificamente interpretato da Fiorenzo Mattu, c'è tutto il dolore di Cabiddu per lo stupro subìto dalla sua terra, e l'istante in cui la messinscena dà voce (in napoletano, come in inglese o in sardo stretto) all'ingiustizia di quella violazione è pura trasfigurazione teatrale…

Il film pecca di una eccessiva stravaganza, che rende le vicende spesso irreali. Come il fatto che in una nave viaggino contemporaneamente attori e persone scortate al carcere dell’isola dell’Asinara, oppure che si parli ancora di capocomico e attori itineranti. A ciò gli autori hanno rimediato spostando la vicenda nel dopoguerra, ma le trovate restano comunque poco attuali. E infatti i dialoghi continui, che si muovono in lunghe unità di luogo manifestano questa necessità di tessere il rapporto tra i personaggi tramite le parole piuttosto che le azioni.
A parte questa inconciliabilità, la storia procede con grande vivacità, quasi a raccontare che non si conosca bene chi sia a recitare e chi sia a dire la verità. Come nella vita. È un film raro quello di Cabiddu, mosso dalle onde dell’isola in cui è ambientato, senza timore della poca modernità…

…In un momento di crisi e di derealtà come quello che stiamo vivendo, dove l’istinto della gente sta orientandosi decisamente verso il teatro, e non c’è scuola, carcere, parrocchia, centro anziani, gruppo di malati, che non lo pratichino, in cerca di un antidoto, di una qualche forma di cura, un film come La stoffa dei sogni è un lusso che non bisogna permettersi di perdere, non un film di nicchia, ma un film per tutti. E c’è da augurarsi che le nostre orecchie, piene delle risate di commedie divertenti che fotografano una realtà deprimente, o assordate dalle esplosioni e dagli spari di film e serie televisive di successo – prodotti che danno finalmente una boccata di ossigeno a un’industria cinematografica in crisi da anni –, riescano ad ascoltare anche la musica sottile e senza tempo di questo film sofisticato e semplice, impalpabile come la stoffa di cui sono fatti i sogni.

,,,Cabiddu riesce a costruire un equilibrio ben modulato tra i luoghi e la loro bellezza, la luce e il colore del mare, mai sfondo ma sempre parte della narrazione che trovano voce nella figura di Calibano, il pastore, e nella sua ostinazione a difenderli dalle invasioni straniere. E il gioco degli attori, tutti sintonizzati con i loro ruoli, a cominciare da Sergio Rubini, sempre coi toni giusti per il suo Oreste Campese, il capo comico che chiede comunque rispetto per il suo mestiere. Che come questo film, al di là dei suoi racconti, dei suoi intrighi e dei suoi equivoci esprime una riflessione sul ruolo dell’arte e dell’artista, che è quello di essere nel mondo ma insieme di rivelarne l’essenza come quando il telone cade e la trama delle vite prende all’improvviso un’altra direzione.
E come il capocomico questo film rivendica la sua libertà di invenzione, di non esser perimetrato dentro il sistema dominante come quello stesso gusto «artigianale» con cui gli attori sull’isola fabbricano il loro palcoscenico e cuciono i costumi.
La stoffa dei sogni è un’opera fuoriclasse che le sue corrispondenze le fa affiorare nelle passioni del regista e non nelle mode o nei format di mercato, il teatro, i suoi «maestri», ma anche (forse soprattutto) l’immediatezza di un’improvvisazione che nasce da un lavoro lungo, attento, dalla ricerca e da idee non scontate.
Senza trucchi che non siano invenzioni: un vecchio libro con le illustrazioni della Tempesta, un continuo gioco come è essere in scena. È questa anche la capacità di riguardare ai «maestri», di farne propri gli insegnamenti senza cadere nella sola citazione o nella ripetizione di un modello. C’è qualcosa di commuovente in questo sguardo ma soprattutto l’energia di ricondurre dentro al teatro – e piú in genere all’immaginario – il mondo. Le sue leggende, il passato e il presente.





martedì 6 dicembre 2016

Snowden – Oliver Stone

come un finto documentario, non riesce a essere del tutto un film.
Citizenfour, di Laura Poitras era un documentario totale, con i protagonisti della storia in carne ed ossa.
dopo aver visto Snowden, se fai un confronto, Citizenfour è più solido.
ma il film di Oliver Stone ha dalla sua alcuni aspetti inconfutabili:
per prima cosa l'interpretazione di Joseph Gordon-Levitt nei panni di Snowden è straordinaria (Joseph Gordon-Levitt nel 2004 era stato un protagonista, Neil da grande, dello straordinario Misterious skin, di Gregg Araki, cercatelo se potete), 
il secondo motivo a favore di Snowden è che Oliver Stone racconta, negli Usa, le storie dei nemici, come Chavez e Fidel Castro, tra gli altri, quelle che il potere non ama.
il terzo motivo è che la storia di Snowden va conosciuta da più persone possibili, secondo me, il film di Laura Poitras ha incassato solo tre milioni di dollari, per Snowden siamo a più di 30 milioni, per ora, olte più persone conoscono la storia di Edward Snowden, adesso.
ecco perché bisogna dire grazie a Oliver Stone nonostante il film non sia quello che poteva essere - Ismaele

(ecco qualche link per sapere qualcosa di più su Edward Snowden: 1234567, 8)






un film che, alla fine, ci racconta meno di quello che era riuscito a fare Citizenfour, il documentario di Laura Poitras del 2014: il territorio del biopic non è esattamente il luogo ideale per l’aggressività del regista di Wall Street e Nato il quattro luglio. La sceneggiatura segue gli eventi chiave nella formazione di Snowden: l’esclusione dalle Forze speciali per problemi di salute; l’esperienza presso la CIA, dove incontra Hank Forrester (un meravigliosamente matto Nicolas Cage), consulente allontanato per avere detto la verità. La figura chiave qui è Lindsay Mills (un’ispirata Shailene Woodley), la bellezza liberale che riesce a sciogliere le resistenze conservatrici di Snowden. Stone riduce il pantano etico a una sola domanda: è giustificato che gli Stati Uniti sorveglino i propri cittadini in nome della sicurezza nazionale? Implicazioni più vaste e più spinose vengono ignorate. Eppure sarebbero queste implicazioni, che oppongono la trasparenza alla geopolitica occulta, a essere degne di essere esplorate. La pensa così persino lo stesso Snowden. Sullo schermo afferma con tono piatto: “Non sono io, la Storia”. Andate a dirlo a Stone, che non va oltre la superficie e nasconde ogni provocazione.

Il film è il ritratto di Edward Snowden (interpretato da Joseph Gordon-Levitt), ex tecnico informatico della CIA che ha rivelato a tutto il mondo l’esistenza di una complessa e supertecnologica rete di spionaggio capace di portare all’annullamento totale della privacy di ognuno di noi. Spostando la narrazione avanti e dietro nel tempo Oliver Stone ci rende spettatori dell’incontro di un fuggitivo Snowden con la reporter Laura Poutrais (Melissa Leo) e il giornalista Glenn Greenwald (Zachary Quinto) in un albergo di Hong Kong nel 2013, il suo addestramento da recluta delle Forze Speciali, la vita da tecnico informatico della NSA e dopo della CIA e la lotta per difendere la libertà da un sistema di potere governativo perverso. Edward Snowden è un uomo comune che di fronte a un bivio ha scelto la strada più tortuosa invece che vivere comodamente una vita da burattino. Tuttavia in questa versione cinematografica delle vicende c’è un eccessivo interesse per la sua vita privata (i suoi amori, i colleghi nerd, la luminosa villa alle Hawaii in cui viveva) che riduce lo spessore del personaggio che sembra un semplice paranoico (“Loro ci guardano” è la battuta più ripetuta nel copione) protagonista di una confusa satira sul voyerismo…

…Il film rovescia l’assioma di un mondo fondato sulla paura. E la sequenza con il colloquio pubblico via internet con Snowden, rovescia anche l’assioma tecnologia nemica dell’uomo. Tutto dipende dagli indirizzi politici ed economici. Ma Snowden è anche il ritratto di un uomo, del suo percorso verso la consapevolezza. Quella di Edward Snowden è la dolorosissima via crucis che porta alla perdita totale d’innocenza, la trasformazione di un adolescente in uomo adulto che però, messo a dura prova, mantiene tutti gli ideali, la purezza e la freschezza dell’adolescente.
Non dimentichiamo neanche che quella di Snowden è una vicenda aperta. Mentre scorrono i titoli di coda durante i quali si sentono fuori campo le voci di Hillary Clinton – “Quando rientra dovrà prendersi le responsabilità delle sue azioni” – e di Bernie Sanders – “Quanto fatto da Snowden rappresenta da tempo la più coraggiosa azione a tutela delle libertà civili”– non si pensa che il film di Stone sia espressione di un cinema sottile dentro a un’apparenza fisica. Non si pensa che sia un film visionario su una realtà ormai divenuta paradossale, né un film all’apparenza didattico, che fa gentilmente il verso al cinema complottista più leggero. O meglio, pensiamo tutto questo. Ma prima di tutto pensiamo: Snowden di Oliver Stone è un film civico.

…Stone reportedly traveled to Russia and met with Snowden nine times. Gordon-Levitt (whose grandfather, film director Michael Gordon, was blacklisted in the 1950s) also visited Moscow and spoke with Snowden for several hours. In Snowden, in fact, the actor has gone beyond mere externals. Gordon-Levitt has grasped something essential about Snowden’s principled character and the depth of his convictions. In addition, Ifans is especially sinister and Woodley, Schnetzer, Timothy Olyphant (as a CIA operative) and Scott Eastwood (as a mid-level NSA martinet) are also fine.
A strength of the film is that it eschews a phony “impartiality” and tells its story from Snowden’s standpoint. Quite rightly, it takes as its premise that his point of view—and growing horror—is shared by millions and millions of Americans and others around the globe.
Snowden continues to face the collective and potentially murderous hostility of the American state and its hangers-on. The film provides him with something of a voice. In that sense, it is high praise to suggest that Snowdendeserves the vile and stupid attacks in the National Review (“Home-Grown Sedition”) and Slate (“The Leaky Myths of Snowden ”). As the WSWS noted last week, every member of the House Permanent Select Committee on Intelligence signed a letter September 15 to President Barack Obama urging him not to pardon Snowden, claiming that he had “caused tremendous damage to national security.” Hillary Clinton makes the same argument…

Scritto secondo i dettami dei manuali di sceneggiatura, con conflitti destinati a essere rimandati prima di una risoluzione decisiva – lo sviluppo del rapporto di Snowden con il suo superiore, che l’ha protetto e ha di lui immensa stima, ne è un esempio paradigmatico –, Snowden è un film politico nella misura in cui rinnova lo strappo tra il regista e quell’ambiente “democratico” che ha sempre visto con sospetto, ma al quale pure ha cercato di sentirsi vicino nel corso della sua carriera. Chissà se, come Snowden, anche Stone nutriva speranze nel primo quadriennio-Obama; quel che è certo è che non rinuncia neanche in questo film a portare alla luce alcune questioni storiche che gli sono particolarmente care, come le gravi interferenze di Washington nei confronti del Venezuela del presidente Chavez. È forse qui, nel punto di contatto tra l’esperienza di finzione e quella documentaria (inaugurata nel 2003 con il film-incontro con Fidel Castro per raccontare la rivoluzione cubana), che si può cercare il centro pulsante di un film per il resto abbastanza asettico, freddo e anti-emotivo come il suo protagonista, cui presta corpo e voce un bravo Joseph Gordon-Levitt. Il resto è annebbiato e confuso, come lo sguardo che Stone continua a rinnovare dai fatti dell’11 settembre del 2001, cercando traiettorie di speranza e di rivalsa alle quali inizia forse a non credere più neanche lui. Il sistema è più in alto, e guarda le vite di ognuno di noi, anche il più insignificante tra noi. Perché può. Il resto, a partire dalla supposta libertà del web, è pura illusione.

Snowden es un film correcto y contenido que no destacará en la filmografía de Stone, pero que nos deja una brillante actuación de Joseph Gordon-Levitt que se mimetiza, incluso en la voz, con el verdadero Snowden (al que se reserva hasta una aparición estelar final). Junto a él, aparecen intérpretes destacados como Shailene Woodley, Melissa Leo, Zachary Quinto, Tom Wilkinson, Nicolas Cage o Joely Richardson, todos ellos en papeles de soporte y finalmente con poca entidad dramática.

…il cinema è altra cosa: il film di Oliver Stone è privo di qualunque spunto che possa  conferirgli un valore cinematografico; come film d'inchiesta non ha ragione di esistere, ormai le notizie e le informazioni viaggiano in tempo quasi reale facendo apparire vecchie anche quelle di pochi anni prima; come racconto imperniato su una figura enigmatica o comunque molto controversa è privo di ogni minima profondità nel dare i contorni ai personaggi; laddove tenta di rendere più cinematografica la storia incappa in stereotipi e luoghi comuni ( anche qui dobbiamo subire il sergente dei Marines bastardo e brutale...).
Il regista spesso nei suoi lavori ha fatto riferimento ad eventi o situazioni contemporanee che suscitassero la discussione, basti pensare alla sua lettura della guerra del Vietnam con Platoon o la spietata disanima del mondo degli affari con Wall Street  o la rilettura dell'affaire americano per eccellenza in JFK-Un caso ancora aperto; rispetto a queste pellicole in Snowden manca la tensione che la narrazione cinematografica dovrebbe saper infondere, adagiandosi invece sul resoconto nudo e crudo…

… En fin que, Stone ha conseguido una especie de “película trampa” sin pretenderlo. Estamos ante un film interesante como aproximación histórica y no menos como una guía de caminantes en torno a lo que es capaz el Estado para imponer sus oscuras intenciones, y en concreto Norteamérica. Pero lo demás apenas aflora, de tal manera que esta película se visiona bastante bien al comienzo, para entrar en una desapasionada proyección desde que el delator es descubierto. Todo se agolpa y todo se frivoliza precisamente en su afán de que la objetividad se imponga. Sobran, una vez más, veinte minutos. Y falta aquel apasionamiento de Stone que le hiciera uno de los talentos, discutidos por supuesto, de un grupo de cineastas comprometidos con su tiempo y espacio históricos. Al final, puede que sea Eastwood quien se suba al machito del “testimonio histórico” sin pretenderlo. ¿Recuerdan El gran Torino?

 Stone réalise ici un film politique. Non pas au sens d’un choix « partisan », mais au plus noble et au plus étymologique du terme. Le politique au sens du respect de nos différences, d’un vivre ensemble et de la façon de gérer un espace commun. Et c’est pour cette raison que le film nous a touché. Parce que le politique, celui qui permet de gérer la « cité » et le vivre ensemble, essentiellement par la « parole » est une des caractéristiques de notre humanité. En dressant le portrait d’un homme comme Snowden, avec ses doutes, ses interrogations, ses rêves, ses éventuelles compromissions qui a littéralement modifié notre perception du monde, Stone fait œuvre politique. Il donne de la voix et il donne voix à celui que l’on voudrait faire taire et enfermer. Punir à jamais parce qu’il montrait une voie possible pour l’humain : dire non. Un homme seul, comme ce pourrait être un petit parlement régional d’un tout petit pays de la grande Europe qui dit « non » à un traité international abscons et surtout dont la majorité des clauses sont tenues secrètes. Snowden est cet homme qui malgré ses fragilités et grâce à sa relation avec Lindsay Mills va prendre conscience de la dignité de pouvoir s’indigner. De se lever et de renoncer à la richesse, à la belle vie, à une existence tranquille, et de risquer la mort, éventuellement physique, mais surtout sociale pour dire non à l’intolérable. Et c’est ce combat-là que nous avons apprécié parce que le film arrive à bien transmettre cela, à être un porte-voix à la face du monde et ouvre ainsi et aussi la voie à d’autres humains qui pourraient, eux-aussi, se lever et dire non quel qu’en soit le prix à payer…

…Grazie a un montaggio serrato, di cui Stone è un vero maestro, il film racconta una vicenda appassionante e inquietante, e senza scendere troppo in dettagli tecnici che risulterebbero ostici ai più, spiega in modo semplice come sia stato possibile realizzare e usare segretamente sofisticati programmi informatici destinati al controllo di ogni forma di comunicazione a livello globale. Il film si avvale inoltre di un ottimo cast, composto da attori di fama internazionale tra cui si distingue particolarmente Joseph Gordon-Levitt, bravissimo nella sua interpretazione mimetica di Edward Snowden e nel sapere esprimere il tormento interiore di un uomo dilaniato da un dilemma etico che lo spinge a “tradire” il suo paese in nome della verità e della giustizia.
Una critica che si potrebbe muovere a Stone è quella di avere voluto presentare il protagonista esclusivamente come un “bravo ragazzo”, e di averne messo in evidenza soprattutto i lati positivi, attraverso una narrazione lineare e schematica, ma forse tutto questo era necessario per far conoscere meglio i vari aspetti di una vicenda importante nota ma forse non così tanto.

para aquellos algo más avezados, el conjunto les parecerá, en el mejor de los casos, una narración para niños, y en el peor, una verdadera tomadura de pelo. Para estos últimos, era suficiente con Citizenfour, de Laura Poitras, y Zero Days, de Alex Gibney, para entender la magnitud del escándalo. Si se le quiere conceder la licencia, se podría decir que Snowden es el esfuerzo de Stone por intentar transmitir el mensaje a aquellos recodos sociales donde el mensaje cuesta más de llegar, si bien esto nos conduciría a la misma trampa en la que él mismo ha caído: tratar al espectador como tonto. Aun así, si hay algo destacable y rescatable de la película es la actuación de Joseph Gordon-Levitt: su mímesis con el personaje lo lleva a calcar cada uno de sus gestos y a reproducir su voz con una precisión metódica.
da qui

lunedì 5 dicembre 2016

Enclave - Goran Radovanovic

un piccolo film, scelto dalla Serbia come candidato all'Oscar, che racconta una storia che continua ad esistere, non solo in Kosovo, nella ex-Jugoslavia, ma anche in Palestina, per esempio.
con questo film non puoi voltare la faccia, dopo non puoi dire che non sapevi. 
i bambini, per andare a scuola, devono attraversare un territorio ostile, ti tirano le pietre, se va bene.
Nenad è un bambino solo, suo padre è solo, il nonno che non c'è più, il prete non può fare niente, il destino di Nenad un destino segnato, l'estinzione o la fuga, e poi, a scuola scrive  un tema sorprendente.
altri bambini gli tirano le pietre, hanno imparato dai grandi, ma quando sono faccia a faccia l'odio è più difficile, non è anonimo.
un film che merita molto, nel quale i militari italiani della Kfor non fanno una bella figura, ma non sarà solo per questo che il film non riesce ad arrivare nelle sale.
ricordatevi di questo film, quando in un modo o nell'altro lo incrocerete - Ismaele







Un lungometraggio emozionante, commovente, che mostra la guerra attraverso gli occhi di un bambino: gli occhi di una creatura che non riesce a percepire il male che lo circonda, che entri in contatto coi serbi, gli albanesi o i militari delle Nazioni Unite. Un racconto di formazione, di rottura dei confini e di tutti i muri sociali, che si muove dentro le vie e le case di un popolo distrutto: una storia che sta dentro ai fatti e che spinge il pubblico a deporre i pregiudizi, mostrando come, in un conflitto, la violenza colpisca sempre i più deboli e generi sempre altra violenza. Un invito ad essere tutti un po' bambini, per osservare il mondo con più leggerezza e dolcezza, per capire l'altro oltre la sua razza o la sua religione, per deporre le armi. Un film ambientato nel passato, che non smette mai di sembrare attuale.
da qui 

…E' un film che pur essendo serbo (in parte finanziato anche dai tedeschi) non parteggia solo per la parte più ovvia, ma, come nelle migliori pellicole di genere, prova a dispiegare un racconto più universale. Un lavoro lontanissimo, quindi, da una predica buonista e hollywoodiana, dove nessuno ancora è pronto davvero a volersi bene. Film che la Serbia ha deciso di candidare agli Oscar, per la categoria "miglior film straniero". Anche questo è un bel segno dei tempi che cambiano. Molto buono.

Non c’è in questo film nessuna eco dell’aggressività panserbista dell’era Milosevic. Senza lanciare proclami, senza gridare, Enclave ci ricorda come la cultura serba non meriti in aree come il Kosovo di scomparire solo per lo sciagurato espansionismo anni Novanta dell’esercito di Milosevic e delle sue fosche milizie parallele. E che se allora era giusto stare dalla parte dei kosovari minacciati da Belgrado, oggi bisogna agire perché sia la memoria serba in Kosovo a non essere spazzata via. Quando Enclave resta sul cronachismo quotidiano mostrandoci la vita di resistenza di Nemad e della sua famiglia è eccellente nella sua sobrietà quasi documentaristica. Ed è eccellente nel come, etnograficamente, ci mostra i riti religiosi, e quelli della vita e della morte in entrambe le comunità. I matrimoni, i funerali. Purtroppo perde quota nella seconda parte quando la rivalità tra il ragazzino serbo e quello albanese si trasforma incongruamente, e in nome del solito ottimismo sentimentale, in una quasi-amicizia, lasciando intendere che con un po’ di buona volontà reciproca la convivenza tra le due parti potrebbe essere possibile. Peccato che la storia abbia dimostrato ampiamente l’illusorietà di una simile visione. Nella sua parte construens, propositiva, Enclave diventa un film banale e qualsiasi, mentre è nella sua parte più freddamente reportagistica e fattuale a dare il meglio di sé. Buono, ma non all’altezza di Sole alto, film che proprio quest’anno ci ha raccontato la Jugoslavia delle guerre e della sua dissoluzione con ben altra forza e disincanto, e coscienza storica. E però, nonostante i suoi limiti, Enclave merita la visione, e il prezzo del biglietto. Andatevelo a vedere, se potete.

Radovanovic ha il merito di raccontare una storia piccola, se vogliamo insignificante, con grande lucidità, senza far cadere la mannaia del giudizio storico o politico, bensì mettendo al centro l'individuo come attore protagonista della storia di odio e di violenza che ci presenta.
Alcuni momenti del film sono carichi di una silenziosa ma agghiacciante drammaticità (il prete che riporta il ragazzino albanese ferito a casa, l'assalto al bus diretto all'enclave) che fa da contraltare ad un paesaggio stupefacente nella sua selvaggia bellezza che a stento riesce a nascondere le profonde ferite inferte dalla guerra…

Enklava è una di quelle pellicole che inizialmente ti straniscono e poi, lentamente, centellinando le parole, grazie a movimenti fluidi e suoni che non stridono mai, ti entrano dentro, ti catturano e non ti lasciano sino all’ultima inquadratura. Nonostante sia un dramma crediamo di essere difronte ad un ottimo thriller. Il regista Goran Radovanovic rappresenta la realtà per quella che è: un triste percorso di sofferenza destinato a durare per sempre, in cui aleggia il timore che il futuro non sia per nulla al sicuro. Neppure i bambini sono più innocenti.
In Enklava non si sfruttano espedienti traumatici e i dialoghi, anche se non dispensano orrori, nella loro pacatezza son taglienti. Ed è proprio quella quiete (accompagnata da una luminosità diffusa) ad essere tanto spiazzante e a rendere tutto tremendo. Ciò che stupisce è la disamante normalità e quei fanciulli, dal tratto indurito, che al posto di giocare preferiscono prendere a sassate un mezzo in transito o discriminare un coetaneo. E poi c’è il nostro giovane eroe che non piange mai, che non si lamenta, che è incrollabile e nonostante tutto lui sa perdonare.
Si arriva alle battute finali col fiato sospeso e alla fine quel lumicino di speranza è talmente agognato da sembrare un miraggio. Ora neppure noi abbiamo certezze per il domani.

domenica 4 dicembre 2016

In compagnia dei lupi - Neil Jordan

la storia di Cappuccetto Rosso raccontata da Angela Carter, con gli occhi di Neil Jordan.
Cappuccetto Rosso non è solo una bambina smarrita nel bosco, appare una bambina che diventa donna, i lupi non sono solo lupi, ma una forma di umani, la nonna non racconta storielle, ma parabole, l'amore e il sesso sono una minaccia, ma anche qualcosa di entusiasmante, la famiglia una protezione, ma anche una gabbia.
e Cappuccetto Rosso sceglie la libertà, con tutti i pericoli del caso, sopratutto a causa degli umani.
Neil Jordan è al suo secondo film, ma si vede che ha stoffa, e lo dimostrerà.
non fatelo guardare ai bambini, non è un film per loro - Ismaele






Tratto da un breve racconto contenuto nel libro La camera di sangue di Angela Carter, In Compagnia dei Lupi è una sorta di rilettura in chiave moderna, adulta e psicoanalitica della favola di "Cappuccetto Rosso". 
Potremmo definirlo un’interpretazione simbolica del passaggio, fisico e psicologico, dall’adolescenza all’età adulta, in quella fase delicata e carica di turbamenti in cui un’adolescente scopre la sessualità. Non a caso il regista semina intelligentemente una serie di efficaci immagini simboliche, anche di grande impatto visivo (i bambini che nascono dalle uova, il fiore che si tinge di rosso, lo specchio infranto). 
I poli del conflitto interiore di Rosaleen sono rappresentati da una parte dalla nonna (un’ispirata Angela Lansbury), che ancora la vede bambina e che le consiglia di non fidarsi degli uomini (perché molti "hanno il pelo dentro") e dall’altra dai lupi, che simboleggiano il sesso, qualcosa che appare ancora sconosciuto e pericoloso, ma carico di tentazioni. Questo conflitto si risolve nel finale che simboleggia il passaggio di Rosaleen all’età adulta…

   Un'originale pellicola di Neil Jordan, in cui le atmosfere oniriche e fiabesche si fondono con autentici attimi di paura, che ricevette anche un premio come miglior film del 1984. La confezione è quella di un film fantasy, ma non mancano scene forti che rendono questo lavoro appetibile per gli amanti dell'horror: oltre ai lupi mannari (tanti) assistiamo a decapitazioni, mani recise e colpi di scena spaventosi.  

Film parecchio difficile da commentare e comprensibile che divida il pubblico.
Parlando personalmente, ho assistito ad una rivisitazione della favola di Cappuccetto Rosso in chiave onirica, anche attraverso una curiosa struttura a matrioska che più volte si ripeterà nel corso della vicenda.
Qual è il tema portante del film?
Sicuramente il passaggio da bambina ad adolescente, con conseguente scoperta del proprio corpo, i propri desideri, le pulsioni sessuali, le tentazioni, la vanità, il desiderio di trasgredire al quotidiano ed il capire il labilissimo confine tra bene e male.
Inserisco nello spoiler alcune mie riflessioni e valutazioni di stampo prettamente personale che ovviamente potranno collidere con l'opinione altrui.
Per il resto segnalo degli ottimi effetti speciali, un'atmosfera da fiaba-dark perfettamente riuscita e la sempre brava Angela Lansbury nei panni della nonna di Roseleen.
Menzione anche per la protagonista: un volto adattissimo per i suoi turbamenti e per le ambiguità con cui si deve confrontare.
La scelta di costruire il film su un forte simbolismo e su un'impalcatura onirica a mio parere lo elevano a vette interessanti e merita di essere rispolverato, anche se effettivamente un bambino non lo può capire o apprezzare a fondo.

Folgorante (quasi) esordio per Neil Jordan, che attinge appieno dai romanzi e dalle fiabe gotiche (i rimandi alla struttura narrativa di Maturin sono evidenti, con una serie di fiabe e sogni innestati l'uno dentro l'altro), da Cappuccetto Rosso e dalla tradizione popolare irlandese per dar vita ad un piccolo capolavoro, in cui la nebbia avvolge tutto creando un'atmosfera fiabesca assolutamente incantevole.
Pellicola assolutamente imperdibile, poi, per l'originalità con cui affronta quella che sarà poi la tematica ricorrenti di Jordan, la diversità: i lupi mannari navigano nell'ambiguità del proprio ruolo di ammaliatori ma anche di emarginati, tanto da far sembrare la nonna (interpretata dalla Signora in Giallo) un personaggio ben più ambiguo di loro.
Un gioiello da riscoprire e custodire gelosamente.

The movie has an uncanny, hypnotic force; we always know what is happening, but we rarely know why, or how it connects with anything else, or how we can escape from it, or why it seems to correspond so deeply with our guilts and fears. That is, of course, almost a definition of a nightmare.
da qui



Silent Movie (The Murder of Women in Juarez, Mexico) - Michael Torres