lunedì 24 aprile 2017

Escobar (Escobar : Paradise Lost) - Andrea Di Stefano

Pablo Escobar poteva farlo solo Benicio Del Toro, alla fine credi che sia stato davvero così, quel delinquente assassino, amico del popolo.
il film non sarà perfetto, è un'opera prima, ma Andrea Di Stefano ha stoffa, se gli faranno fare film e se glieli distribuiranno vedremo belle cose.

non ha grandi giudizi positivi, leggendo qua e là, ma a me è piaciuto abbastanza, Benicio Del Toro che recita è proprio un bel vedere - Ismaele







 Con Escobar: Paradise lost nasce un regista. Andrea Di Stefano, attore italiano dalla carriera internazionale, dimostra con il primo film di possedere tutte le qualità del buon regista, compresa l'ambizione, quando è ben riposta come in questo caso. Si confronta con una materia complessa, potentemente schizofrenica, e con un altro regista, uno dei più grandi e dei più folli. Escobar, dio della povera gente e demonio incarnato, si curava moltissimo dell'immagine di sé che voleva restituire, sapeva confondere, illudere, e non sono poche le sequenze in cui Di Stefano lo mette dietro un obiettivo fotografico, a dirigere un matrimonio o una folla ("porta via Maria da qui" arriverà ad ordinare ad un certo punto a un suo scagnozzo, in un attimo di delirio, in un campo di calcio gremito di gente accalcata). 
Benicio Del Toro, già Che Guevara, indossa un'altra icona latinoamericana, di segno diametralmente opposto. La forza della sua interpretazione è la stessa del suo personaggio e ha a che vedere con le sfumature profonde e insondabili dell'autoinganno. Quell'uomo che parlava con Dio prima di ordinare i più atroci massacri, che cantava struggenti canzoni d'amore alla moglie, leggeva le fiabe ai figli, ma non si fidava nemmeno dei collaboratori più stretti, s'ingannava lui stesso rispetto alle proprie azioni ("tutto quello che facciamo lo facciamo per la nostra famiglia") o covava un'anima più nera del nero? Senza che in alcun modo questo dubbio passi mai per una sfumatura di giustificazione, Del Toro ne fa la pasta della propria performance, ipnotizzante…

…El film tiene sin duda un aire padrinesco, la cinta de Coppola es una influencia casi inevitable para cualquier película sobre el crimen organizado cuando sus protagonistas dicen preocuparse de su familia, y son dados a una extraña piedad religiosa, mientras matan sin compasión. Aquí se suma la idea de que el pueblo humilde está contento con Escobar, que les ofrece un modo de vida, de modo que el gángster se puede permitir darse algunos baños de multitudes.
Si toda la narración se sigue con interés, todo cobra un ritmo vertiginoso y desasosegante cuando se cierra el flash-back con que se inicia el film, y nos toca seguir a Nick, al que se le ha hecho un impresentable encargo mientras Pablo Escobar debe entregarse a las autoridades, según el acuerdo al que ha llegado con el gobierno. Realmente Di Stefano y Hutcherson logran meternos en la piel del pobre Nick, empujado a cometer acciones inmorales que sabe que no debe ejecutar. El film se prestaba a la violencia, pero el director opta casi siempre por el fuera de campo sin que la fuerza de lo narrado se resienta lo más mínimo.


… Probabilmente il film soffre di quei difetti che emergono da molte opere prime, ma c’è da dire che ad Escobar non manca certo l’ambizione. Il dualismo tra i due protagonisti (Pablo Escobar e Nick, interpretato da Josh Hutcherson) è il filo rosso principale che, però, non si esaurisce con il confronto tra i due. Attorno al contrasto tra le due personalità ruota tutta una serie di argomentazioni che in un certo senso caratterizzano il pragmatismo con cui agisce una person(alit)à come Escobar. Religioso benefattore per il popolo, padre amorevolissimo per i figli, spietato e cinico uomo della malavita per chiunque altro, amici compresi.
È proprio con l’intento di farci perdere l’orientamento su qualsiasi definizione di “bene/male” che il regista gioca le proprie carte scrivendo una sceneggiatura interessante e originale, uscendo dagli schemi del biopic e prendendo in considerazione quel breve periodo della carriera politica di Escobar. In questo modo rappresenta il più grande criminale di sempre nel momento di maggiore popolarità tra la propria gente, mettendo in moto un meccanismo dove viene assolutamente annullato il rischio di creare una situazione di stallo.


No Borders - Haider Rashid



Dopo aver vinto il Premio MigrArti come Miglior Documentario alla 73esima Mostra del Cinema di Venezia, No Borders porta a casa anche una menzione speciale ai Nastri d’argento per la particolare attenzione all’attualità. Il cortometraggio di Haider Rashid è stato uno dei prodotti più importanti del 2016 per il cinema italiano, in quanto è riuscito a usare le nuove tecnologie per raccontare come mai prima la crisi dei migranti.
Il regista fiorentino, nato da padre iracheno e madre italiana, è stato il primo in Italia a realizzare un esperimento di realtà virtuale: il suo documentario, girato a 360 gradi, permette allo spettatore di esplorare in prima persona il centro Baobab di Roma e il presidio No Borders di Ventimiglia. Sul web, basta utilizzare il mouse per guardarsi intorno, mentre, durante alcune speciali proiezioni, come quella organizzata alle Giornate degli Autori di Venezia, sono stati forniti degli schermi-maschera per fare immergere gli spettatori nella quotidianità degli emigrati. Un’esperienza visiva che crea empatia utilizzando l’obiettività anziché il pietismo: Rashid ha scelto di mostrare situazioni di estremo disagio senza mai dare voce a storie personali…

domenica 23 aprile 2017

Lasciati andare - Francesco Amato

il film per tutta la prima parte è un film bello, ma normale, del genere screwball_comedy, piena di battute sempre più a fuoco.
Toni Servillo fa Toni Servillo al meglio, come sempre, e gli altri sono tutti bravi.
poi appare Ettore (Luca Marinelli) e il film spicca il volo.
Ettore sembra uscire da qualche miracoloso film degli anni sessanta, di quelli della commedia italiana di Monicelli e Comencini, un po' Gassman e un po' Mario Adorf.
un film che non lascia delusi, merito di una sceneggiatura con gli incastri giusti.
non aspettate che lo tolgano dalle sale, non fate come Napalm 51, avrebbe voluto vedere quel film, ma poi non c'era più al cinema.
buon film a tutti! - Ismaele





Toni Servillo movie, che è ancora un genere a parte, dove tutto è costruito per il buon funzionamento del protagonista, anche se Luca Marinelli come coatto vendicativo finirà per rubare la scena a tutti come faceva Diego Abatantuono nei primi film dove non era ancora protagonista. Ma questo Lasciati andare, grazie anche alle forze che mette in campo, è di fatto uno dei film più riusciti e divertenti della stagione e va quindi trattato con un certo riguardo…

Esclusa qualche sporadica battuta e un paio di gag fisiche molto blande non è al suo psichiatra Elia Venezia che sta il compito di portare avanti la leggerezza del film, anzi sembra fare di tutto per professarsi fuori dal campo del risibile. È semmai l’incredibile Veronica Echegui il motore del film, presenza elettrica ed esaltante, personal trainer che si impone nella vita del pigro intellettuale quando viene obbligato dal medico a fare del moto. Non c’è scena che quest’attrice spagnola (che per il film sfoggia un fenomenale romano-spagnolo da antologia) non illumini e non animi di pura forza filmica, una vera scoperta. Ogni battuta e ogni incomprensione da lei sbandierate si animano di quell’irresistibile patina esilarante che hanno le vere imprevedibili incomprensioni, ogni guaio in cui trascina il professore tirandolo fuori dalla sua vita tranquilla sembra un aneddoto più che un invenzione. Un po’ caotico, un po’ assurdo.
Sta un po’ qui la stranezza affascinante (e divertente) di Lasciati Andare, da questo movimento dell’austero psichiatra, quasi reticente ad entrare in una commedia, e dell’elettrica personal trainer, che nemmeno si rende conto di non poter fare a meno di viverci dentro da sempre (il suo video di esercizi che viene mostrato ad un certo punto è gioiello). Nasce così un film in cui sembra che Toni Servillo, così a suo agio quando c’è da esagerare con il grottesco ma molto meno con la commedia sottile, sia la spalla di tutti, della sveglia ex moglie Carla Signoris che gli abita accanto e ancora gli fa il bucato o del criminale di Luca Marinelli, dotato di alcuni dei piani di ascolto più divertenti dell’anno, capace di far ridere anche solo ritraendosi un po’ spaventato all’avvicinarsi dello sguardo dello psichiatra…

Il meccanismo è semplice, e ruota attorno all’incontro casuale tra due figure a loro modo antitetiche: da un lato Venezia, razionale e ben poco interessato agli istinti primari dell’uomo, e dall’altro Claudia, spagnola trapiantata a Roma che invece ragiona ben poco preferendo lasciarsi guidare dalla natura, e dal corpo. Nel gioco sugli opposti, ovviamente, a vincere è l’irruenza di Claudia, che trascina il bolso psicanalista in un vortice di disavventure di ogni tipo, rimediandogli emozioni (e infortuni) mai patiti nel corso dell’intera vita. Uno schema basico, forse, ma che permette a Lasciati andare di mantenere un ritmo indiavolato, sradicando i personaggi da quegli appartamenti e da quelle stanze in cui solitamente vengono reclusi, e cercando di sposare alla verve dialettica anche un sano gusto per la corporeità in scena. Tra ruzzoloni, incidenti, minacce di morte e scazzottate al ristorante, Amato confezione una commedia brillante, che viene naturale sostenere nonostante alcuni passaggi a vuoto: dispiace veder utilizzato così per esempio il personaggio di Yuri, compagno di cella di Marinelli che irrompe in scena senza preavviso e si muove di sequenza in sequenza in maniera ondivaga, senza troppa attenzione al suo sviluppo.
Eppure a vincere è soprattutto l’alchimia che si crea nella coppia Servillo/Echegui, destinata a diventare triangolo scaleno con l’apparizione di Marinelli. Lì, e nella rilettura di un personaggio borghese costretto a fronteggiare il mondo che lo circonda e a uscire dal suo guscio/cella/utero, la sfida di Lasciati andare può considerarsi vinta.

Il punto di forza di Lasciati andare sta nella sceneggiatura composta da dialoghi freschi e per nulla banali, dove a farla da padrone è l’ironia delle battute affidate al protagonista Toni Servillo. Quest’ultimo si è dimostrato in grado di interpretare un ruolo da commedia, nonostante noi siamo abituato a vederlo in parti drammatiche. Per l’attore, infatti, è il primo ruolo in una commedia. Tutti gli interpreti (anche gli attori secondari) - Luca Marinelli, Carla Signoris e Veronica Echegui - sono perfettamente in parte. Quest'ultima ha dato grande prova delle sue capacità espressive in Lasciati andare, che si avvale anche di riferimenti letterari degni di nota e che gioca sulla presunta ignoranza delle giovani d’oggi. Parliamo di quelle ragazze che per molte persone, essendo belle e dinamiche, hanno un basso quoziente intellettivo. Insomma, non manca l’uso degli stereotipi nel film di Francesco Amato. La pellicola gode di un ritmo incalzante adatto al suo genere di appartenenza e in grado dimettere in risalto la sua grande verve umoristica, grazie alla quale difficilmente il pubblico in sala riuscirà ad annoiarsi. Infine, oltre al confronto generazionale dato dai due attori principali (Servillo e Echegui), emerge una profonda caratterizzazione psicologica dei diversi personaggi coinvolti, ognuno con i suoi problemi e con il suo modo di affrontare la vita di ogni giorno.

venerdì 21 aprile 2017

Re:legalized – un viaggio nella cannabis rilegalizzata - Francesco Bussalai

ecco un film che racconta un tema tabù, ma come dice il regista l'importante è parlarne, poi si vedrà.
il documentario rimbalza fra l'Oregon, dove la marijuana (o ganja, come la chiamano in India) è ri-legalizzata, solo per i maggiorenni (il ri- significa che è stata vietata per 60-70 anni, ma non lo è stata per milioni di anni) e lo studio del dottor Gian Luigi Gessa, neuroscienziato, a Cagliari.
il film è fatto davvero bene, difficile annoiarsi.
sarà interessante farlo vedere nelle scuole, e finalmente discuterne.
c'è una demonizzazione enorme sulle droghe, e anche sulle droghe leggere, che si chiamano così perché non danno dipendenza (si legge qui).
la tolleranza zero viene declamata dai rappresentanti della Guardia di Finanza, che spesso fanno incontri nelle scuole.
poi provi a dire che il tabacco uccide, l'alcool uccide, le auto uccidono, l'inquinamento uccide, le droghe leggere no, l'obiezione è sempre si inizia con le droghe leggere e poi si sa come finisce.
nel film si capisce anche perché esiste la tolleranza zero, motivi economici e politici, ma non si dice mai, se non nei documentari.
guardatelo se potete, se cercate il regista credo sarà ben felice di organizzare qualche proiezione dove volete voi, Perugia, Padova, Palermo, mi vengono in mente, ma se vivete in città che non iniziano con la lettera P, non preoccupatevi, il regista ama tutte le lettere.
buona visione - Ismaele








qui il sito del film, dove si possono trovare le informazioni sul film e su come fare per organizzare proiezioni per far vedere il film (è per questo che si fanno i film, no?)


qui un’intervista con Francesco Bussalai





dice il giudice Raffaele Cantone:

"Mi pongo una domanda, anche se non sono in grado di dare una risposta: una legalizzazione di una droga controllata, anche nelle modalità di vendita, non potrebbe avere effetti migliori rispetto allo spaccio che avviene alla luce del giorno nella totale e assoluta impunità e che riguarda amplissime fasce della popolazione giovane?".
"È un po' un'ipocrisia all'italiana ci nascondiamo dietro il proibizionismo sapendo che quelle norme sul proibizionismo servono a riempire le carceri, di extracomunitari in gran parte, e nessuno si preoccupa del perché il fenomeno cresce".


“Credo soprattutto che una legalizzazione intelligente possa evitare il danno peggiore per i ragazzi, cioè entrare in contatto con ambienti della criminalità. Inoltre, il controllo delle droghe leggere evita interventi chimici che stanno portando anche alla tendenza all'assuefazione o al vizio.

giovedì 20 aprile 2017

Dreiviertelmond - Christian Zübert

l'incontro di Hartmut, noioso e preoccupato tassista di Norimberga, con Hayat, una bambina turca che non sa il tedesco, accompagnata dalla mamma a casa della nonna, e ha solo sorriso e curiosità e simpatia.
Hayat riuscirà a conquistare, almeno un po', quel vecchietto "nazi".
difficile da trovare, ma se vi capita a portata di mano non trascuratela, è una commedia che non vi dispiacerà, e finirà con una liberazione - Ismaele







La vita del sessantacinquenne Hartmut, tassista di Norimberga, sta letteralmente cadendo a pezzi. Dopo trent'anni di matrimonio, la moglie ha deciso inaspettatamente di lasciarlo e lui è caduto in uno stato di depressione che lo ha reso un uomo diverso. Introverso, burbero e diffidente nei confronti di tutto ciò che è nuovo e degli stranieri che in Germania son sempre più numerosi, Hartmut si ritrova di fronte a un imprevisto che rivoluzionerà il corso dei suoi giorni quando una donna di origini turche dimentica sul suo taxi la figlia di sei anni e in lui nasce il desiderio di aiutarla.

da qui