lunedì 20 febbraio 2017

Watermelon Man (L'uomo caffellatte) - Melvin Van Peebles

nel 1970 Melvin Van Peebles gira questo piccolo grande capolavoro.
un bianco, razzista come tutti i bianchi, stanco di tutti quei neri che portano problemi, capofamiglia di una perfetta famiglia bianca, una moglie e due bambini, si sveglia una mattina, è diventato nero.
e da qui il film, già buono, diventa straordinario.
l'attore protagonista, Godfrey Cambridge, è di una bravura enorme, gli altri attori sono solo bravissimi.
il film è comico, si ride fino alle lacrime, e anche serissimo,
l'inversione delle parti è geniale.
insomma un film da non perdere, se ti vuoi bene - Ismaele





qui e qui il film completo in italiano


… "L'Uomo Caffelatte" non fa solo la morale, in modo simpatico senza calcare la mano, all'uomo razzista, ma in alcune sequenze punta il dito anche sulla società e sull'ipocrisia di essa. Quando il Jeff "negro" corre per la prima volta con l'autobus, viene subito braccato dalla folla perchè tutti sono convinti che abbia rubato qualcosa ("L'hai visto rubare?" chiede un passante, "No, ma un negro che corre ha rubato qualcosa per forza" risponde un altro); quando, invece, il capo si accorge del cambiamento di Gerber, in lui vede solo l'opportunità di avere un agente per un nuovo sbocco sul mercato nero.
Il film è davvero divertente e, anche se comincia a sentire un po' il peso degli anni (ma mai troppo), è spassoso nelle trovate comiche e riesce a non scivolare in quella facile e banale retorica antirazzista, in cui Hollywood spesso eccede, che (per quanto giusta possa essere) ad un pubblico mediamente intelligente risulterebbe stucchevole. Significativa è la scelta dell'interprete protagonista Godfrey Cambridge, attore nero, truccato da bianco nella prima parte (ribaltando la consuetudine del vecchio cinema muto).

Poco conosciuta ma di notevole livello questa commedia che tratta con arguzia un tema, quello del razzismo, che non cala mai di attualità. L'energia del film sta tutta nella prova e nella mimica di Godfrey Cambridge ma anche chi gli sta attorno lavora al meglio. Esilaranti ad esempio le disperate prove di "sbiancamento" e le trattative con il comitato dei vicini per la vendita della casa. Un ottimo esempio di sintesi tra immediatezza del racconto e riflessione profonda (anche molto amara).

domenica 19 febbraio 2017

Manchester by the Sea - Kenneth Lonergan

mentre in La La Land sembra che ci sia il sole anche quando è notte, in Manchester by the Sea il sole non c'è mai.
Lee, il protagonista, è uno che parla poco, chiuso in un guscio oscuro.
vive solo, è un factotum, aggiusta di tutto, alle dipendenze del proprietario di alcuni palazzi, a Boston.
ritorna a Manchester, paesino della sua vita precedente, ritrova i fantasmi di prima.
la sceneggiatura svela piano piano cosa era successo in quel paese, dove tutti si conoscono e si guardano in faccia, gente di un altro tempo, nel bene e nel male, prima di facebook.
Lee riprende i contatti col nipote Patrick, devono stare molto insieme, e pensare al futuro.
il loro è un rapporto spigoloso, e però si vogliono bene, provano a capirsi.
insomma, è un film operaio, senza stelle ed effetti speciali.
non si viene incontro ai gusti dello spettatore, tocca a chi guarda provare a entrare in contatto con la storia di Lee.
un film che merita molto, buona visione - Ismaele








È una maturità stilistica vera, quella del nuovo Lonergan, tangibile in ogni scelta di dialogo, stacco di montaggio, attacco musicale, e responsabile del respiro autentico e contemporaneamente quasi letterario del film. D'altronde, la parola - la sua insufficienza e la sua estrema, umanissima necessità- sono parte fondamentale dell'impasto di Manchester by the sea. È il silenzio di Lee, nella prima parte, a costruire il suo personaggio: un'assenza di espressione verbale che lascia il posto solo episodicamente alla fuoriuscita di un turpiloquio che è furia repressa, disperazione compressa sotto vuoto. La vicinanza col ragazzo, alla quale Lee non può e non si vuole sottrarre, lo costringe a ritrovare lentamente la pratica del dialogo, ad uscire dal proprio sepolcro ambulante per mettersi nuovamente in relazione con qualcuno…

La vertigine del dolore, l’abisso della perdita e l’estenuante fatica di vivere nonostante tutto sono i grandi temi di un film dalla scrittura chirurgica, di straordinarie performance e di emozioni vere, non necessariamente tutte tristi. Si ride invece non poco in Manchester by the Sea e non ci si sorprende di meno per le traiettorie di una delle migliori sceneggiature prodotte dal cinema indie da un decennio a questa parte.
Dire quello che si può dire, che del resto è meglio tacere: sembra facile ma Lonergan riesce là dove tanti inciampano, aprire uno squarcio dentro il dolore e immediatamente dopo richiuderlo. Per capire senza farsi inghiottire.
E poi andare avanti.

Con l'intento di non perdersi nulla dei propri personaggi ma, anzi, preoccupandosi di valorizzarne il potenziale umano e drammaturgo, Lonergan colloca Lee e chi gli sta attorno all'interno di un contesto ambientale e scenografico minimale, che non offre altre informazioni (come il dettaglio del mare improvvisamente increspato o un cambio improvviso di luce) che non siano riferibili allo stato d'animo del momento; e poi ne potenzia la presenza scenica regalandogli un palcoscenico che gli consente di essere assoluti protagonisti grazie a una tecnica di ripresa che, limitando ampiezza e profondità di campo, e mantenendo la mdp all'altezza del soggetto scenico, impedisce allo spettatore di trovare altri motivi di interesse che non siano quelli indicati dalla volontà del regista. Un processo di sottrazione che, da un canto, metteva l'opera al riparo dalla retorica insita nella delicatezza dei temi trattati - il dolore, la perdita, il senso di colpa - e che, dall'altro, rischiava di farla risultare bloccata e priva di slanci. A evitare questo pericolo ci pensa soprattutto il montaggio di Jennifer Lame, che altera la successione degli avvenimenti considerati non più nella loro scansione cronologica ma secondo un tempo interiore e quindi emotivo, corrispondente a quello di Lee/Affleck che di "Manchester by the Sea", sono i veri e propri factotum del copione imbastito da Lonergan. Il quale, memore della lezione dei vari Risi, Germi e Monicelli realizza un melodramma struggente e appassionante che pur mantenendosi costantemente sulle note della tragedia vissuta da Chandler trova modo di alleggerire la tensione con momenti di ilarità che paradossalmente - ma non troppo - rendono ancora più credibile il calvario del protagonista. Preceduto dai rumors che lo danno tra i favoriti nella corsa ai prossimi Oscar, "Manchester by the Sea", per quanto ci riguarda, ha già un vincitore nella persona di Casey Affleck che, abbonato ai ruoli da perdente, tiene lontana la routine con una interpretazione sofferta e trattenuta che lo impone ai vertici della sua categoria.

…Sulla scia di Paterson di Jarmusch, prosegue questo interessante filone del cinema statunitense distante volutamente dalle retoriche hollywoodiane della Grande storia. Sono le piccole vicende a informare questa America senza orizzonti né bussole. E’ la perdita di orientamento che costringe certi registi a rifluire nello scandagliamento dell’intimità. Può rivelarsi, questa sottrazione, un impedimento alla comprensione della realtà. Eppure, Manchester by the sea si ferma un attimo prima dell’autocompiacimento. Aiutato, in questo, dalla notevole recitazione di Casey Affleck (fratello del più noto Ben), già notato in Interstellar, ma senza lasciare particolare ricordo. E invece, sorprendentemente, se il film rimane contenuto e, in qualche modo, realistico, è proprio grazie alla recitazione di Affleck, fastidioso e scostante, mai compiaciuto, e senza redenzione possibile. Non c’è serenità possibile dopo la tragedia. Ciò non toglie che la vita può essere ripresa, con una cicatrice in più. Questo il messaggio, che ci sentiamo di condividere.

No hay nada más reconfortante para el espíritu que contemplar a un hombre hecho pedazos. Casi como observar el crepitar del fuego en la chimenea desde la comodidad de nuestro sofá, la tragedia ajena es, sin miedo a equivocarnos, probablemente el recurso, el tema más socorrido en toda la producción artística de la Historia Universal. La presencia del conflicto, de la tensión, es absolutamente indispensable en una composición pictórica, literaria, musical o de cualquier otra disciplina, y otorga al espectador/receptor la doble posibilidad de dejarse sorprender ante resolución quizás inesperada, ya en el límite de la catarsis —efectividad demostrada, por ejemplo, en las novelas bizantinas del siglo XVI—, o bien la siempre agradable opción de erigirse juez de los hechos perpetrados por los personajes, parapetado, eso sí, entre la tranquilidad de hallarse ante una mera representación de un evento traumático o violento, desde donde saborear esa confusa mezcla de empatía, morbo y curiosidad antropológica. Todos estos procesos, claro, pasan prácticamente desapercibidos cuando nos enfrentamos por vez primera a la Obra. Las dos o tres horas de duración de un filme nos ofrecen la inmersión suficiente para postergar algún tiempo prudencial las metarreflexiones pertinentes que, todo sea dicho, no llegan a ocurrírsele a todo el mundo. Y, en un entorno como el actual, saturado hasta el límite de contenidos snuff disfrazado de periodismo, pornografía informativa y cataclismos sociopolíticos de proporciones bíblicas, ¿dónde pueden tanto el espectador como el artista encontrar los elementos, la inspiración para la obra? Por muy obvio que quizás pudiese sonar, el camino más corto entre dos puntos no es en este caso una línea recta, sino más bien el trazado curvilíneo de las narrativas minúsculas: la cotidianidad. ¿Es acaso tan revelador afirmar que el secreto, de entre todas las herramientas de algunas de las mejores películas de la década —L’avenir (Mia Hansen-Løve), o Paterson (Jim Jarmusch)— radica en recorrer el camino inverso al de la espectacularidad operística? La maquinaria cinematográfica estadounidense arrastra la difícil ambigüedad ética de preocuparse con una mano por firmar hiperbólicos excesos superheróicos, mientras con la otra ofrece lo que a priori parecería una ristra de modestos caprichos más bien alejados de la búsqueda del espectador medio, donde los mismos actores cobran una fracción ridícula honorarios, casi a modo simbólico, para dotar al producto final de un halo artesanal. Lo curioso es que, muy al contrario de estas vagas estimaciones, el cine de dramas intimistas ha cobrado un protagonismo progresivo…

È sceneggiatore prima che regista, Keneth Lonergan, e si vede. La sua messa in scena, al di là del fascino naturale dell’ambientazione, delle stradine innevate che si alternano ai malinconici paesaggi costieri, di una landscape che non chiede altro che di essere registrata dalla sua macchina da presa, è all’insegna della sobrietà e della trasparenza. Laddove può rinunciare al movimento di macchina, alla ricerca dell’inquadratura accattivante, alle scorciatoie emotive, il regista americano sceglie consapevolmente di farsi da parte. Lasciando gran parte del compito a una scrittura di notevole spessore, e ai suoi altrettanto efficaci interpreti. Se è vero che il timbro di recitazione di Casey Affleck può risultare in molti casi respingente, qui il suo approccio al personaggio è invero l’unico possibile: anch’esso all’insegna dell’understatement, delle lacerazioni non esplicite ma avvertibili, sotto il monocorde tono di voce del suo personaggio. Un carattere che trova l’ideale complemento in quello di un Lucas Hedges che con esso dà vita a un complicato gioco di avvicinamenti e respingimenti: gioco che certo non si esaurisce con i titoli di coda. Difendendo rabbiosamente il legame con un emblema familiare (quello della barca) che diviene ben più che il ricordo (seppur vivo e pulsante) di un affetto perduto…

sabato 18 febbraio 2017

Walesa (Walesa – L’uomo della speranza) - Andrzej Wajda

è l'ultimo film di Andrzej Wajda, un film che più polacco non si può.
biografia di un pezzo della vita di Lech Walesa, e di chi gli stava intorno, operai disposti a combattere per i diritti di tutti, una polizia da cui quelli di Bolzaneto hanno tratto insegnamenti, o viceversa, sembra siano andati tutti alla stessa scuola di polizia.
poteva essere un film agiografico, ma Wajda era uno come si deve, e fa film che sono cinema, non commissioni per qualcuno.
Walesa è un film con operai, cosa rara al cinema, e Walesa è anche uno dei pochi presidenti operai (mi viene in mente Lula soltanto, adesso).
le musiche originali del film sono tutte polacche (qui i titoli di tutte le canzoni, qui alcune canzoni), ma se sei distratto un attimo ti sembra di vedere scene di lotta operaia inglese, con musiche rock e punk che le accompagnano, valore aggiunto al film.
un film che merita molto, come tutti i film di Andrzej Wajda - Ismaele




…Il regista Andrzei Wajda nella sua lunga carriera ci ha raccontato la storia polacca attraverso figure piccole ma emblematiche di un'opposizione crescente ("L'uomo di marmo", 1977, e "L'uomo di ferro", 1981). Qui arriva finalmente alla chiusura di un cerchio col passato. A battere  sull'incudine solo un ritratto si abbatte inevitabilmente per compiere questo affresco di individui e Storia: quello dell' "uomo della speranza". 
Un individuo che si vota al "Non voglio, ma devo", a un testardo imperativo categorico di coscienza e, appunto, solidarietà, e trova in se stesso radici più grandi di lui: il Walesa del popolo paradossalmente scopre un carisma debordante, quasi arrogante, e qui comincia a spegnersi l'uomo privato rispetto alla persona pubblica. Ironicamente, suggerisce Wadja, saranno i baffi a renderlo popolare, un quid che si oppone immediatamente all'icona-Stalin, al suo rappresentare rigidità e oppressione. 

Se fin qui il punto di vista sembra persino trionfalistico, sono in realtà le performance di Robert Wieckiewicz (Walesa appunto) e Agnieszka Grochowska (la moglie) a dare evidenza alle sfumature, dai toni più ironici a quelli più drammatici, totalmente al servizio della storia e qui della Storia. Ma il crescete squilibrio tra vicenda del singolo e aspirazioni di una nazione - fil rouge dell'opera di Wajda - si consuma nell'alternarsi fluido e incessante di girato e filmati d'archivio, e in un racconto anti-romantico, proprio perchè sempre più universale.

Nel 2013, a 87 anni, finalmente il regista gira questo biopic che si propone come primo obiettivo di ripercorrere fedelmente il tragitto dell’elettricista che fondò Solidarnosc, prese il Nobel, divenne poi presidente di un paese ormai post-comunista, e che lo fa, come sempre nel suo cinema, con  una partecipazione che, se sfiora qualche volta la celebrazione, mai ci cade dentro. Perché Wajda, scomparso pochi giorni fa a novant’anni, è autore vero che piega le storie che racconta a se stesso, alla sua sensibilità e perfino ai suoi demoni, e non viceversa. Anche se Walesa è un prodotto tardo, quando la sua migliore stagione, quella degli anni Sessanta e Settanta era ormai lontana, resta un film rispettabile, robusto…

Wałęsa è stato un formidabile capopopolo, politicamente furbo ma anche molto saggio. Risulta ancor oggi sorprendente la sua ostinazione nel rifiutare sempre la violenza e sfuggire a qualsiasi provocazione (il massacro degli operai durante le manifestazioni a Danzica nel 1970 fu una dolorosa ferita e una lezione sempre presente in lui e nei suoi compagni) e, soprattutto, la costante fiducia nel dialogo, nella possibilità (anche quando, come dopo il colpo di stato, ad opera del recentemente scomparso generale Jaruzelski, tutto sembrava irrimediabilmente perduto) di trovare un compromesso accettabile per tutti. Wałęsa, come si vede bene anche nel film, fu uno che subì violenze fisiche, umiliazioni e ricatti (Wajda non tace nemmeno sul controverso episodio di quando, agli inizi, richiuso per l’ennesima volta in prigione, Wałęsa accettò di firmare un foglio che lo chiamava a collaborare con la polizia), ma mantenne sempre la schiena dritta, aiutato da una solida fede religiosa e dall’ostinata convinzione che, avendo ragione, prima o poi lui e i suoi operai avrebbero vinto. Spicca nel film la forte figura di sua moglie Danuta, madre di sei figli, disperata per la loro situazione economica e famigliare, ma sempre accanto a lui, anche quando non lo capiva…

 Non c’è mitologia o esaltazione, anzi, l’idea di costruire la storia partendo dalla famosa intervista di Oriana Fallaci a Walesa è originale per la struttura scenica. L’intervista della giornalista italiana è del 1981. È un anno intermedio, perché i primi scioperi di Solidarnosc sono del 1970, mentre la caduta del regime comunista avverrà alla fine degli anni ottanta. Perciò il film intreccia la brillante l’intervista con flash back e flash fordward. Il colloquio fra i due ha una funzione di determinare il carattere umano del sindacalista. È un carattere aggressivo, ama le donne – e la Fallaci è una bella donna – ma non vuole essere da loro sottomesso. Della Fallaci giornalista sappiamo tutto, non è certo donna da aver paura, come quando si tolse lo chador di fronte a Khomeini. Con Walesa ci sono scintille, perché la scrittrice fiorentina lo scorge come pieno di se, incolto, parla con libertà senza una struttura predefinita. Però si accorge del carisma dell’uomo. Nei flash c’è tutta la storia del sindacato. Dai primi arresti durante gli scioperi, all’ascesa in Solidarnosc, alla prigionia per undici mesi nel sud della Polonia, alla vittoria del premio Nobel per la pace, all’accettazione del governo delle richieste sindacali. L’abilità del regista è nell’individuare le finalità, di puntare su Walesa anche attraverso il ritratto della moglie. Docile ma determinata, mentre Walesa correva i rischi, la donna lo riportava ai propri doveri familiari. Wajda ripete in vari momenti la stessa identica scena: quando pensa di correre dei rischi e quindi di non poter tornare a casa, perché in prigione o peggio, Lech consegna alla moglie il suo orologio e la fede, perché possano venderli per mangiare. Raccontare venti anni di storia in due ore bisogna correre abbastanza, dunque il film è sintetico con alcune scene degne del maestro polacco…
  

giovedì 16 febbraio 2017

2009 Memorie perdute - Lee Si-myung

un film schizofrenica, la prima parte è un bel film, c'è una storia, un intreccio, sparatorie, corse, interessante, poi nella seconda parte diventa un casino, sparatorie, corse e basta.
fermarsi a metà film non sarebbe male, ma purtroppo è andata.
un bel giudizio sommato a uno cattivo è quello di un film che si può vedere, non di più.
peccato - Ismaele




Peccato che 2009 Lost Memories ceda ben presto il passo al fracasso degli effetti speciali, al revanscismo razziale più scontato, alla logica dell'eccesso - dove la volontà di stupire si trasforma in stordimento dei sensi. Man mano che la storia procede, buchi di sceneggiatura e incoerenze di ogni sorta si alternano con costanza allarmante; d'accordo che il cinema coreano è in forte ascesa, d'accordo che i consensi internazionali iniziano a fioccare, d'accordo anche che di conseguenza gli investimenti aumentano, permettendo produzioni più accurate e prestigiose. Ma il circolo virtuoso non è scontato continui in eterno, se l'industria cinematografica coreana inizierà a livellarsi al peggior popcorn cinema americano, sfornando pellicole di tale mastodontica fragilità. E se nessuno discute l'impegno profuso, l'elevata resa tecnica, la bravura degli attori e persino l'atmosfera di attesa e curiosità creata con le prime sequenze, pure tutto è irrimediabilmente vanificato dal poco coraggio e dalla latitante fantasia dimostrati.

In un futuro alternativo, il Giappone, vincitore della 2a guerra mondiale come alleato USA, si è annesso stabilmente la Corea. Un gruppo di patrioti coreani lotta per rimettere il corso della storia sul binario "giusto". Spunto affascinante, svolgimento palloso sottolineato da musiche tronfie, con punte di considerevole cretineria, pervaso da uno spirito di esaltazione nazionalista che appare insensato se si pensa agli avvenimenti dell'ultimo secolo. Una boiata pazzesca di estenuante durata, il peggio dell'action manierato all'orientale.

Troppe sparatorie lunghe e inutili per tutto il film. Troppi dialoghi, lunghi e inutili. Peccato, poteva anche essere bello. Girato un po' così, idea di base ottima, ma si perde proprio nelle scene d'azione e soprattutto nei dialoghi noiosissimi. Nemmeno gli attori li vedo calati nella parte. Il film è noioso, c'è poco da fare.
Un velo pietoso sul doppiaggio vabè.

il regista non vuol fare solo un prodotto commerciale e non si risparmia tocchi d'autore con compiaciute lentezze,anche se si ha l'impressione che mette troppa carne sul fuoco,ma ha il pregio di coinvolgerti,anche con l'esasperazione della vicenda.
Poi certo si avvertono alcune lungaggini e di inquadrature che il regista si è innamorato e le ha lasciate,ma il soggetto,che ha come riferimenti che si ispira sono Philip K. Dick e il "Terminator" di James Cameron e con questo si appropria di uno dei concetti più affascinanti della fantascienza, quello della realtà alternativa,e lo fa senza essere mai scontato e con una riflessione sociale senza cadere in moralismi,il che era facile perché se era Americano sicuramente succedeva…
da qui

Imagine a past where Japan, with the aid of the United States, won World War II, proudly leading an empire in Far East Asia. Imagine a past without Hiroshima or Nagasaki. Imagine a near future where the Japanese Empire rules an undivided Korea as a protectorate. In their own country, ethnic Koreans live as single-class citizens, actively discriminated against by the Japanese living in Korea. Some Koreans have fully assimilated and adopted Japanese names and customs. Others have become fierce, uncompromising nationalists, willing to sacrifice their lives for an abstract ideal, a free, unified Korea…

mercoledì 15 febbraio 2017

La La Land – Damien Chazelle



ha scritto una volta Groucho Marx : “Grazie, ho trascorso una serata veramente meravigliosa. Ma non è questa.
a me è capitato di aver visto un film meraviglioso, ma non è La la land.
gli attori sono bravi, il film è pieno di citazioni, si capisce che Damien Chazelle ha visto un sacco di film, ma La la land è un film innocuo, fatto per l’Oscar, bellino, la ricetta fatta di musica, due bei protagonisti davvero puri ( non bevono, non fumano, non dicono parolacce), un po’ d’amore, i sogni, Parigi, il mondo dello spettacolo, citazioni dei bei tempi andati, ingredienti ben mescolati, lievitati quanto basta, cotti un paio d’ore, ed ecco La la land, un film che col tempo scenderà le classifiche.
a quasi tutti è piaciuto molto, almeno, lo so, ma è così prevedibile, noioso, quasi un esercizio di stile.
spero solo di non essere trattato come Aziz Ansari:




se non l'avete già visto, fateci un salto, se ve la sentite, vedrete il film  che vincerà un sacco di Oscar, La la land è carino… ma anche noioso”, buona visione - Ismaele









Le reazioni contrastanti nei confronti del film hanno forse raggiunto il loro apice quando il popolare programma comico americano Saturday Night Live (SNL) ha trasmesso uno sketch in cui un uomo (interpretato dall’attore e comico statunitense di origini indiane Aziz Ansari, conduttore della puntata) viene interrogato dalla polizia perché il suo giudizio su La La Land è che sia “carino… ma anche noioso”. «La La Land è un film perfetto», gli urla contro una poliziotta «Ryan Gosling non ha imparato a suonare il pianoforte da zero perché un coglioncello potesse mettersi a cercare il pelo nell’uovo»…

Un rapido resumé finale ci dice come sarebbe stata felice la vita di Mia e di Sebastian se a dirigerli fosse stato un regista che non considera il cinema un gesto atletico né una marea di citazioni irriverenti... non si esce dalla sala dove proiettano Gioventù bruciata, anche se a bruciare è (digitalmente) un fotogramma.
Il mondo posticcio di Chazelle, però, piace per la sua innocente visione del cinema, che fa brillare Los Angeles e Hollywood di una luce ancor più sinistra del Maps to the Stars di Cronenberg. E in quanto ex jazzista fallito (“perciò sono passato al cinema”), il regista si prende la rivincita e spara il suo jazz light, ammiccante, melodico e canzonettistisco, come il suo cinema. Niente a che fare con il pluri-evocato, dannato Thelonious Monk.

bisogna riconoscere a Chazelle la diabolica capacità, merce piuttosto rara, di piacere, di sedurre lo spettatore, di ghermirlo e non mollarlo più. E di avere, e di comunicare al pubblico, una straripante energia giovanile e una freschezza indiscutibile, di saper muovere la macchina da presa virtuosisticamente, di usare il montaggio come un’arma letale, nel senso di micidiale efficacia, infilando in una manciata di secondi una quantità di frame. Ma Chazelle ha anche il torto della piacioneria, che è una degenerazione e una forma patologica della naturale, sacrosanta tendenza a piacere, qualcose che porta a titillare quasi pornograficamente il pubblico, ad assecondarlo e gratificarlo a prescindere…
Chazelle è talentuoso quanto astuto. Ha il talento della seduzione istantanea. Passeggia nel museo del cinema e prende quello che gli garba e serve il tutto con energia e una certa simpatica sfrontatezza. In un’esibizione muscolare come quella del protagonista del suo Whiplash. Sempre però restando alla superficie, senza mai un progetto coerente. Producendo un film che è frenetico e ipercinetico esteriormente quanto inerte e immobile nel suo fondo…

 Che tipo di riflessione indisciplinata ha stimolato nello Spettatore?
Credo che sia un complesso e affascinante esperimento estetico-concettuale-intellettuale, fatto da uno studioso. Un saggio sul potere del sogno, inteso come impegno assoluto, costanza, gavetta.  Non tanto sull'illusione romantica, rappresentata dai pochi momenti più musicali e "romantici". La Vecchia Hollywood ci donava illusioni, che sono utili se servono per c ostruire un sogno che diventi obiettivo, oppure rimangono momenti sospesi di grande felicità. Però essa è evanescente.
Non puoi avere amore e gloria insieme. Qualcosa devi sacrificare
Ecco questo film che rielabora la musica al cinema in tutte le sue forme, il discorso del Sogno Americano, la sane illusioni danzerecce hollywoodiane, non celebra ma smaschera. Il finale lo dimostra apertamente, quando mai un musical sarebbe finito in quel modo?
Questo film è l'opera di un "secchione" il quale ha studiato bene la materia e ci tiene a farlo vedere, ma non si limita a questo. Vuole reinterpretarla usando i codici in vigore in quel periodo da lui studiato, per dire altro.

dopo le 14 nomination (eguagliando i record di Titanic e Eva contro Eva) e l’arrivo in sala, è esploso l’entusiasmo sui social ma subito dopo è emerso un altro sentimento, riassumibile in una formula precisa: la dittatura del consenso social. Se un film è talmente bello ed emozionante da far piangere – come scrivono con trasporto tanti utenti su Fb – e se merita davvero tutte le nomination, perché mai potrebbe non piacere? Anzi, possiamo metterne in dubbio la potenza dello storytelling, la poeticità di un amore nostalgico in salsa hollywoodiana? E allora, dagli addosso al criticone! Lesa maestà e tutti a letto senza internet.
A ben vedere anche questa settimana si è aperta con diversi articoli di giornalisti che, oltre a inneggiare a La La Land hanno, soprattutto, richiamato all’ordine gli spettatori non entusiasti, colpevoli di non capire proprio nulla. Alternando lezioni di cinema a puntate polemiche. Perché va bene avere una propria opinione ma se è conforme alla loro, è decisamente meglio. La dittatura del consenso social ha stufato eppure è sotto i nostri occhi




martedì 14 febbraio 2017

I viaggiatori della sera - Ugo Tognazzi

si sentono echi dei romanzi di Robert Shekley e dei film tratti dai suoi libri.
il film di Ugo Tognazzi non è un capolavoro, ma lui è bravissimo.
il film è stato trattato malissimo, e dimenticato, se ne parlano ancora spesso è per parlarne male.
a me nel complesso è piaciuto, merita di essere visto, ci sono delle cose buone, non solo le attrici, intendo.
buona visione - Ismaele 




Inquietante e anche profetico, nel suo preconizzare uno Stato Etico Superiore che si erge a giudice, tutore e padrone assoluto delle vite dei cittadini e ne decreta, in nome del bene collettivo, il destino. A vederlo oggi che si parla tanto e incoscientemente, con linguaggio da teppisti, di rottamazione dei vecchi, fa venire i brividi. Un’allegoria trasparente del totalitarismo, ma anche un richiamo allarmato ai rischi che ogni mitologia giovanilistica comporta. Certo, apparentemente quella di oggi è una società opposta a quella dipinta da Tognazzi/Simonetta, una società dove il potere è saldamente in mano agli anziani, mentre i giovani ne sono esclusi. Ma il mito del giovanilismo e della giovinezza obbligatoria è se possibile ancora più forte e insidioso di allora, e la vecchiaia è sempre più rimossa, demonizzata, occultata, esorcizzata. Anche i vecchi sono condannati a mostrarsi giovani, pena la condanna sociale e l’ostracismo. Film da vedere assolutamente, nonostante certe sgangherataggini nella confezione. I modi e gli stili anni Settanta aggiungono un che di selvaggiamente torbido a questa già foschissima parabola.

Orso, dj vecchio stile e sua moglie Nicky partono assieme, scortati dai figli, la nuova generazione di lobotomizzati padrona della Terra, nel loro ultimo viaggio che rinvigorirà il decennale ménage, ridonando loro una rinnovata, per quanto inutile, forza per vivere. 
Al di là del futuro distopico piuttosto comune e tratto dal romanzo omonimo di Umberto Simonetta con molto in comune con "Quarto: uccidi il padre e la madre" di Gary K. Wolf o al più celebre "La fuga di Logan" di William F. Nolan, è tanto interessante quanto ingenua l’idea che i ventenni degli anni ’70 con tutte le loro rivoluzioni, potessero continuare ad essere rivoluzionari anche trenta anni dopo, come se la libertà fosse un privilegio negato ai loro padri prima e ai loro figli dopo e questa generazione post sessantottina in mezzo come unica eccezione della storia. 
Sarà che nel nuovo millennio, quei ventenni superano oggi i cinquanta e sono probabilmente più noiosi e boriosi dei loro padri ma è sintomatico dell’arroganza che amplifica il tonfo generazionale. 
Non so quanto di tutto questo fosse nelle intenzioni di Tognazzi ma vista oggi, la pellicola crea un cortocircuito interessante, interessante quanto il film perché seppur non brilli di chissà quale genio, è misurato e arriva al cuore della storia con grazia ed efficacia. 
Ingenuo certo, retorica sempre in agguato e talvolta predominante, sopra le righe in più di una occasione eppure è un film che riguardo ogni volta con piacere per la sua forma, per il sempre ottimo Tognazzi attore, una sorprendente Ornella Vanoni e le straordinaria location del villaggio turistico sito realmente a Lanzarote alle Canarie. 
Indiscutibilmente un film ben fatto e se non così profondo, è intimo e malinconico quanto basta per dargli lo spessore necessario per essere ricordato e conservato.

...Il film è veramente modesto, privo di continuità tra le situazioni, quasi citazionista. Non so cos'altro ha fatto Tognazzi come regista e mi autocensuro da giudizi ulteriori, sarebbero impietosi verso la sua gloriosa carriera come attore. L'ho guardato per la curiosità della trama, tratta da un romanzo omonimo di Umberto Simonetta, che sottende non poche metafore. Anche se portato ai limiti, lo stile di vita che ritrae è un j'accuse complessivo non tanto verso il modo in cui viene trattata la terza età quanto la diffusa freddezza e cinismo che travolge sempre più spesso le relazioni umane. Espressioni troppo dirette fanno perdere però interesse, si vorrebbe capire meglio da sé il senso di quello che vedi, invece fa tutto il film e in modo puerile: ti mostra i fatti e te li spiega pure con dialoghi scontati.